Diritto

Contestabile il favoreggiamento dell’associazione mafiosa per frode fiscale

Contestabile il favoreggiamento dell’associazione mafiosa per frode fiscale
È possibile contestare anche il favoreggiamento dell’associazione mafiosa ad un indagato per frode fiscale, e dunque per un reato doloso

In tema di reati tributari, al fine della configurabilità dell’aggravante del c.d. metodo mafioso, è sufficiente che il reo abbia agito al fine di agevolare l’attività dell’associazione criminale, in quanto, avendo detta aggravante natura oggettiva, la stessa è valutabile a suo carico se da questi conosciuta o ignorata per colpa o ritenuta inesistente per errore determinato da colpa, non sussistendo logica incompatibilità tra l’imputazione a titolo di dolo della fattispecie criminosa base e quella, a titolo di colpa, di un elemento accidentale come la circostanza in questione. É quanto ha affermato la Suprema Corte di Cassazione, Terza sezione penale, nella sentenza n. 25353 del 17 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Reggio Calabria rigettava la richiesta proposta da un datore di lavoro avverso il provvedimento con cui il Gip aveva disposto il sequestro preventivo della ditta individuale con i relativi beni che formavano oggetto del patrimonio aziendale, procedendosi penalmente nei confronti del medesima datore per aver in tempi distinti e con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, quale titolare dell’omonima stazione di servizio esercente l’attività di vendita al dettaglio di carburanti per autotrazione, al fine di consentire ad una ditta individuale nonchè ad una ditta di trasporti di evadere le imposte dirette e l’IVA, emesso fatture afferenti ad inesistenti operazioni di compravendita di carburante, negli anni 2007, 2008 e 2009, per un ammontare complessivo di € 83.383,66 (ditta individuale) e nell’anno 2009 per un ammontare di € 14.450,00 (ditta di trasporti), fatti aggravati in quanto consumati al fine di agevolare l’attività di associazione mafiosa cui le predette ditte erano riconducibili; inoltre, veniva contestato il reato di riciclaggio in concorso, per aver sostituito quattro assegni bancari (tre emessi dalla ditta individuale ed uno dalla ditta di trasporti, tutti riportanti come beneficiario l’imputato) provenienti da delitto perché derivanti dall’estorsione ai danni di un centro di distribuzione merci o da altra attività delittuosa della cosca (contrabbando gasolio, contrabbando merce contraffatta, traffico di droga), con denaro contante riferibile all’attività imprenditoriale o comunque per aver compiuto operazioni tali da ostacolare la provenienza delittuosa, fatti aggravati in quanto consumati al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa (fatti contestati come commessi negli anni dal 2007 al 2009).

Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imputato. In particolare, la Suprema Corte esprime un principio di diritto che – in linea con il consolidamento orientamento (tra le tante: Sez. 5, 8 novembre 2012 – dep. 8 marzo 2013, n. 10966 Minniti, Rv. 255206), secondo cui “la circostanza aggravante di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7, convertito nella L. n. 203 del 1991 – integrata dalla finalità di agevolare l’associazione di tipo mafioso – ha natura oggettiva” – ha ritenuto nella fattispecie esaminata che “il pur sintetico apparato argomentativo dell’accusa è sufficiente a soddisfare l’onere motivazionale richiesto ai fini della configurabilità del fumus di detta aggravante, non rivestendo alcun pregio le censure difensive secondo le quali avrebbero dovuto essere individuati elementi dimostrativi univocamente della voluta particolare strumentalità dell’azione delittuosa”.

Ciò significa che il genero dell’indagato non è avulso dal contesto criminale cui si fa riferimento giacchè è sufficiente rilevare come il Tribunale del riesame ritiene sussistere l’aggravante di aver agito per agevolare la cosca in base al rilievo che l’azienda beneficiaria della frode è riconducibile a soggetto implicato in attività di tipo mafioso e che le frodi venivano messe in piedi per procurare liquidità alla stessa.

La censura relativa alla frode fiscale è manifestamente infondata perchè il ragionamento giuridico del ricorrente riposa su un presupposto rimasto indimostrato (ed anzi, confutato dalle stesse emergenze istruttorie), ossia che la mancata registrazione delle fatture di per sè non costituirebbe violazione in presenza dell’annotazione delle fatture nel registro dei corrispettivi, ciò per la semplice osservazione che – come si evince dalla lettura dell’ordinanza impugnata – proprio l’omessa annotazione sul registro dei corrispettivi da parte della ditta aveva reso difficile la ricostruzione del volume degli affari da parte della ditta medesima, nonostante in regime di contabilità semplificata.

Giova ricordare, per quanto concerne l’emissione della fattura, che, secondo quanto stabilito dall’art. 6, D.P.R. n. 633 del 1972, la fattura deve essere emessa al momento di effettuazione dell’operazione (tuttavia, se antecedentemente ad uno di questi momenti venga pagato un corrispettivo o un acconto, questi devono essere fatturati nel giorno del pagamento).

Per quanto qui di interesse le fatture di vendita devono essere registrate entro 15 giorni dalla data di emissione (salvi i casi particolari di fatturazione in cui rientra quello oggetto di esame). Riguardo all’ordine della loro numerazione si evidenzia che le fatture devono essere registrate seguendo l’ordine della loro numerazione tranne nel caso in cui siano emesse fatture sia in formato cartaceo che in formato elettronico: il tal caso le fatture devono essere registrate secondo due ordini numerici differenti corrispondenti, chiaramente, alle due tipologie di emissione delle fatture. In caso di fatturazione differita – come nel caso in esame – può essere emessa una sola fattura relativa a tutte le cessioni effettuate nel corso del mese fra le stesse parti, che deve contenere tutti gli estremi dei documenti di trasporto emessi nei confronti del soggetto acquirente.

L’ordinanza, sul punto, motiva sottolineando che la ditta, non riportando nella fattura differita alcuna indicazione della data in cui sono avvenute le cessioni di carburante e non facendo riferimento ai buoni di consegna o documenti analoghi, ha adottato una modalità di fatturazione non conforme a quanto previsto dall’art. 21, comma 4, D.P.R. n. 633 del 1972.

Ebbene, in relazione alla sussistenza dell’aggravante, i Giudici Supremi nella sentenza in commento, nel confermare l’impugnata ordinanza del Tribunale del riesame – a sua volta confermativa del provvedimento di sequestro disposto dal giudice per le indagini preliminari – hanno ritenuto l’esistenza, tra l’altro, del fumus della circostanza aggravante prevista dall’art. 7, D.L. n. 152/1991, per aver commesso i reati contestati di cui sopra, al fine di agevolare una determinata cosca mafiosa, di cui facevano parte le società a cui aveva favorito l’evasione fiscale.

In tema di reati tributari, al fine della configurabilità dell’aggravante del c.d. metodo mafioso prevista dal D.L. n. 152 del 1991, art. 7, conv. in L. n. 203 del 1991, è sufficiente che il reo abbia agito al fine di agevolare l’attività dell’associazione criminale, in quanto, avendo detta aggravante natura oggettiva, la stessa è valutabile a suo carico se da questi conosciuta o ignorata per colpa o ritenuta inesistente per errore determinato da colpa, non sussistendo – attesa l’ampia formulazione dell’art. 59 c.p., comma 2, introdotto dalla L. 7 febbraio 1990, n. 19, – logica incompatibilità tra l’imputazione a titolo di dolo della fattispecie criminosa base (nella specie, il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8) e quella, a titolo di colpa, di un elemento accidentale come la circostanza in questione.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 25353/2015

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