Diritto

Contabilità in nero: accertamento induttivo solo se lo scostamento è rilevante

Contabilità in nero: accertamento induttivo solo se lo scostamento è rilevante
Non si può utilizzare l’accertamento induttivo puro quando lo scostamento dei corrispettivi dichiarati e la contabilità formale sia lieve (inferiore all’1%) a seguito del rinvenimento di un brogliaccio

In tema di accertamento delle imposte sui redditi, una contabilità in nero non legittima di per sé, ed a prescindere dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso all’accertamento induttivo, occorrendo pur sempre la ricorrenza di omissioni, false, inesatte indicazioni o di irregolarità formali, così gravi, numerose e ripetute da consentire all’Ufficio di prescindere, in tutto o in parte, dalle risultanze delle scritture contabili. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 16251 del 31 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dall’impugnazione di un avviso di accertamento, a carico del titolare di una ditta individuale esercente attività di vendita al dettaglio di articoli di abbigliamento, emesso per maggiore IRPEF relativa all’anno 1996, sulla base della rideterminazione in via induttiva del reddito d’impresa, ex art. 39, comma 2, del D.P.R. n. 600/1973, ed a seguito di perquisizione domiciliare presso l’abitazione del contribuente, nel corso della quale era stato rinvenuto un “brogliaccio” ove, secondo l’Ufficio, venivano annotate operazioni non registrate nella contabilità ufficiale.

In sede di gravame, i giudici d’appello hanno anzitutto sostenuto, quanto alla legittimità dell’accertamento induttivo, che il “brogliaccio”, rinvenuto dai verificatori, “può definirsi un libro cassa“, contenendo tutti gli elementi idonei a “determinare la reale situazione economica della ditta, per l’anno in esame” (quali “gli incassi, le date dei versamenti effettuati e le somme da anticipare ai dipendenti”), cosicché risulta possibile fare emergere, da esso, “in maniera certa ed inequivocabile, la infedeltà dei libri ufficiali” e “valide e legittime presunzioni” a favore dell’Amministrazione finanziaria, non smentite da prova contraria da parte del contribuente, anche in riferimento alla percentuale di ricarico media applicata dall’Ufficio.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il contribuente, deducendo che dal brogliaccio non erano emerse omissioni o false o inesatte indicazioni ed irregolarità delle scritture contabili “gravi, numerose e ripetute”, essendo risultati corrispettivi non registrati per soli 8.000 euro circa. Tale dato rappresenta sicuramente uno scostamento lieve rispetto alla contabilità formale, inidoneo pertanto a giustificare il disconoscimento dell’intera contabilità ufficiale. Era da considerarsi illegittimo, dunque, l’operato dell’Ufficio che aveva ricalcolato il reddito attraverso una percentuale di ricarico del 75%, sulla base del ritrovamento del solo predetto brogliaccio.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal contribuente. In particolare, se da un lato “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la contabilità in nero, costituita da appunti personali ed informazioni dell’imprenditore rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza prescritti dall’art. 39 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, dovendo ricomprendersi tra le scritture contabili disciplinate dagli artt. 2709 e ss. cod. civ. tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore ed il risultato economico dell’attività svolta, ed incombendo al contribuente l’onere di fornire la prova contraria” (Cass., sent. n. 4080/2015), tuttavia “una contabilità in nero non legittima di per sé, ed a prescindere dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso all’accertamento induttivo (…), occorrendo pur sempre la ricorrenza di omissioni, false, inesatte indicazioni o di irregolarità formali, così gravi, numerose e ripetute da consentire all’Ufficio di prescindere, in tutto o in parte, dalle risultanze delle scritture contabili”.

La Suprema Corte ha già avuto modo di chiarire (Cass., sent. n. 13331/1992) che la “compilazione di un brogliaccio, recante l’annotazione di operazioni imponibili non effettuate, assume rilevanza, ai sensi dell’art. 39, comma 2°, lett. d), del D.P.R. n. 600/1973, quale falsa indicazione di elementi in scritture di gravità e numero tali da rendere inattendibile la contabilità esposta” (cfr. anche Cass. n. 1951/2015).

In sostanza, dunque, l’accertamento analitico puro può scattare solo quando, dal raffronto tra la contabilità regolare e quella in nero emerga uno scostamento, qualitativo e quantitativo, rilevante, tale da rendere la contabilità dell’impresa, nel suo complesso, inattendibile.

Nel caso di specie, i giudici non hanno valutato l’entità di un tale scostamento ed anzi il contribuente aveva lamentato che la differenza dei corrispettivi indicati nel brogliaccio e quelli annotati nella contabilità ufficiale (di soli 8.000 euro) rappresentasse una lieve discrepanza, inferiore all’1%, inidonea a giustificare la rideterminazione del reddito secondo il metodo induttivo puro.

Da qui l’accoglimento del ricorso, con rinvio ad altra sezione della Ctr che dovrà, per l’appunto, valutare l’eventuale entità del predetto scostamento.

L’art. 39, comma 2, del D.P.R. n. 600/1973 consente agli Uffici di determinare il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza (c.d. accertamento induttivo puro).
Corte di Cassazione – Sentenza N. 16251/2015

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