Diritto

Consulenza tecnica d’ufficio che accerta l’invalidità del lavoratore: quando può essere censurata?

Nel giudizio in materia d’invalidità, la sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio è censurabile solo in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica (la cui fonte va indicata), o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi; al di fuori di tale ambito, la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice
Nel giudizio in materia d’invalidità, la sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio è censurabile solo in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica (la cui fonte va indicata), o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi; al di fuori di tale ambito, la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice

Nel giudizio in materia d’invalidità, la sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio è censurabile solo in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica (la cui fonte va indicata), o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi; al di fuori di tale ambito, la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 11987 del 20 maggio 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine dall’impugnazione della sentenza con cui la Corte di Appello dichiarava illegittimo l’atto di recesso disposto con delibera dall’Azienda USL nei confronti di un dipendente, ordinando all’azienda di reintegrarlo nel posto di lavoro precedentemente occupato, condannandola al risarcimento del danno in favore del lavoratore nella misura pari alle retribuzioni maturate dal dì del licenziamento alla reintegra.
Osservava la Corte d’Appello che, in sede di rinnovo delle indagini peritali a cura di un medico specialista anche in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali, era stato accertato che il dipendente presentava tratti abnormi della personalità e del carattere riconducibili nell’ambito di un narcisismo fragile ed insicuro con spiccati tratti di precarietà emotiva – affettiva ed ideativa e che la diagnosi conclusiva era stata quella di psicopatologia riferita a disturbo di personalità con spunti ossessivi, con pregressi scompensi temporanei anche a carattere psicotico (disturbi deliranti) e con attuale scompenso cronico.
Era stato precisato che il paziente, già all’atto dell’assunzione presso l’azienda sanitaria in virtù di chiamata diretta ex L. n. 482/68, presentava ben più che generici disturbi neurodistonici e che esistevano fondamenti di estrema fragilità e vulnerabilità psichica tali da legittimare un livello d’invalidità sufficiente per avere accesso ai benefici di legge, secondo la normativa all’epoca vigente (36%), tenuto pure conto delle altre espressioni di patologia organica.
Per effetto di tali considerazioni medico legali, doveva, pertanto, ritenersi che il recesso disposto dall’azienda sanitaria – sulla base di verifiche effettuate dall’apposita commissione risultate non corrette sotto il profilo scientifico – fosse illegittimo, in assenza del presupposto sul quale era stato fondato (assenza di invalidità per poter beneficiare dell’assunzione diretta quale iscritta nelle liste del collocamento obbligatorio). Oltre al risarcimento nella misura di legge non era, poi, riconoscibile, in favore del dipendente, alcun ulteriore danno, essendone indimostrato il nesso eziologico con la vicenda lavorativa.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’Azienda Usl, sostenendo, per quanto qui di interesse, che la c.t.u. doveva ritenersi erronea, in quanto non erano state prese in esame le note critiche prodotte ed in quanto la diagnosi era stata desunta pressoché esclusivamente dalla somministrazione di test psicodiagnostici senza che fosse stata effettuata una vera e propria osservazione psichiatrica protratta, ma soprattutto senza il conforto della documentazione sanitaria, in quanto quella risalente all’epoca del riconoscimento dello stato di invalidità faceva riferimento esclusivamente a crisi depressivo ansiosa con spunti deliranti, e non a sindrome, onde il disturbo della personalità doveva essere considerato isolato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Cassazione ha respinto il ricorso, precisando che, nel giudizio in materia d’invalidità, il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, è ravvisarle in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice, e ciò anche con riguardo alla data di decorrenza della richiesta prestazione.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza. Ed infatti, sulla base dell’interpretazione offerta dalla Cassazione, i lamentati errori e lacune della consulenza sono suscettibili di esame in sede di legittimità unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione della sentenza, quando siano riscontrabili carenze o deficienze diagnostiche o affermazioni scientificamente errate e non già quando si prospettino semplici difformità tra la valutazione del consulente circa l’entità e l’incidenza del dato patologico e la valutazione della parte.

/Corte di Cassazione – Sentenza N. 11987/2014

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