Diritto

Confisca dei beni alla mafia, illegittima l’esclusione dei lavoratori dipendenti dall’ammissione al credito

È illegittimo escludere i dipendenti di un'azienda confiscata, nel caso di specie per mafia, dal recupero del loro credito
È illegittimo escludere i dipendenti di un’azienda confiscata, nel caso di specie per mafia, dal recupero del loro credito

È illegittimo escludere i dipendenti di un’azienda confiscata, nel caso di specie per mafia, dal recupero del loro credito. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza n. 94 del 28 maggio 2015 che dichiara incostituzionale l’art. 1, comma 198, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di Stabilità 2013) “nella parte in cui non include tra i creditori che sono soddisfatti nei limiti e con le modalità ivi indicati anche i titolari di crediti da lavoro subordinato”.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui il Tribunale di Caltanissetta, sezione misure di prevenzione, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi da 198 a 206, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 nella parte in cui non include tra i soggetti legittimati a valersi della speciale procedura di accertamento dei crediti, ivi disciplinata, anche «i creditori privilegiati (ed in particolare i lavoratori dipendenti)».
In particolare, il Tribunale era stato chiamato a pronunciarsi sulle istanze presentate da alcuni lavoratori subordinati, intese ad ottenere il pagamento del credito per trattamento di fine rapporto vantato nei confronti di una società a responsabilità limitata, loro datrice di lavoro, le cui quote e il cui intero patrimonio erano stati confiscati.
Sul punto, la Corte Costituzionale aveva già dichiarato inammissibile la questione di costituzionalità volta a denunciare l’assenza di strumenti di tutela giurisdizionale che, in caso di confisca a favore dello Stato di beni dell’indiziato mafioso, consentano ai creditori ‒ per titoli anteriori al procedimento di prevenzione e per la parte di crediti che non trovino capienza sugli altri beni del prevenuto – di conservare sui beni confiscati la garanzia patrimoniale dei loro crediti. La Corte aveva, infatti, rilevato che detta questione mirava ad ottenere «una pronuncia additiva cui non corrisponde una soluzione obbligata, ma una pluralità di possibili interventi variamente articolati», la scelta fra i quali restava rimessa alla discrezionalità del legislatore (sentenza n. 190 del 1994).
Ad avviso del Tribunale, tuttavia, la conclusione andrebbe riconsiderata alla luce dei successivi, profondi mutamenti del quadro normativo di riferimento.
La sperequazione denunciata comporterebbe un vulnus del diritto di difesa dei creditori privilegiati, ai quali non verrebbe offerta «alcuna possibilità di dimostrare il proprio affidamento incolpevole nella regolarità del rapporto di lavoro»: con conseguente creazione di un ostacolo all’effettivo accesso alla tutela giurisdizionale.
Inoltre, la mancata estensione della «procedura di riconoscimento» anche al lavoratore che vanti un credito per trattamento di fine rapporto nel caso di confisca dell’azienda del datore di lavoro comporterebbe una grave lesione del diritto alla retribuzione già maturato: lesione che, stante la rilevanza costituzionale del diritto stesso, non potrebbe essere giustificata dalle finalità di sicurezza pubblica sottese alla misura di prevenzione patrimoniale.

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
La Corte Costituzionale dichiara fondata la questione di legittimità costituzionale. Sul punto, premette la Consulta come l’art. 52, comma 1, del D.Lgs. n. 159/2011 stabilisca che «La confisca non pregiudica i diritti di credito dei terzi che risultano da atti aventi data certa anteriore al sequestro, nonché i diritti reali di garanzia costituiti in epoca anteriore al sequestro», purché sussistano tre distinte condizioni. In primo luogo, «l’escussione del restante patrimonio del proposto» deve essere «risultata insufficiente al soddisfacimento del credito, salvo per i crediti assistiti da cause legittime di prelazione sui beni sequestrati» (lettera a). In secondo luogo, non deve trattarsi di un credito «strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego, a meno che il creditore dimostri di avere ignorato in buona fede il nesso di strumentalità» (lettera b): buona fede da valutare alla luce dei parametri indicati nel comma 3 dello stesso art. 52. In terzo luogo e da ultimo, nel caso in cui il titolo genetico o rappresentativo del credito sia astratto (promessa di pagamento o ricognizione di debito, titoli di credito), l’interessato deve provare il rapporto fondamentale, nonché, nel caso del portatore di titoli di credito, quello che ne legittima il possesso (lettere c e d).
L’art. 55 dello stesso decreto vieta, in ogni caso, di iniziare o proseguire azioni esecutive sui beni sequestrati, stabilendo, altresì, che in caso di confisca definitiva le esecuzioni si estinguono. Al fine di conseguire il soddisfacimento del loro diritto, i creditori legittimati devono presentare al giudice «domanda di ammissione» del loro credito (…).

Come appare evidente – prosegue la Consulta -, la disciplina ora ricordata rappresenta il frutto del bilanciamento legislativo tra i due interessi che in materia si contrappongono: da un lato, l’interesse dei creditori del proposto a non veder improvvisamente svanire la garanzia patrimoniale sulla cui base avevano concesso credito o effettuato prestazioni; dall’altro, l’interesse pubblico ad assicurare l’effettività della misura di prevenzione patrimoniale e il raggiungimento delle sue finalità, consistenti nel privare il destinatario dei risultati economici dell’attività illecita.
Tuttavia, tale disciplina opera solo in rapporto ai procedimenti di prevenzione instaurati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 159/2011 (13 ottobre 2011) (per i procedimenti nei quali, a tale data, “sia già stata formulata proposta di applicazione della misura di prevenzione” […] continuano ad applicarsi le norme previgenti”).

Nel 2012, però, il legislatore ha ritenuto di dover dettare, con l’art. 1, commi da 194 a 206, della “legge di Stabilità 2013” (legge n. 228/2012), una specifica disciplina transitoria della materia anche per questi procedimenti di prevenzione rimasti fuori dall’applicazione delle disposizioni del Libro I del D.Lgs. n. 159/2011 (proprio perché già pendenti): in pratica, è stato previsto che a partire dal 1° gennaio 2013 (entrata in vigore della legge di Stabilità 2013) non possono essere iniziate o proseguite, a pena di nullità, azioni esecutive sui beni confiscati e che “gli oneri e pesi iscritti o trascritti” su detti beni anteriormente alla confisca “sono estinti di diritto” (commi 194 e 197 dell’art. 1 della L. n. 228/2012).
Sorvolando sulle altre disposizioni, la legge di Stabilità 2013:

  • per i procedimenti di prevenzione iniziati successivamente all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 159/2011, ha esteso a tutti i creditori (chirografari, privilegiati o titolari di diritti di garanzia reale) la legittimazione ad avvalersi della speciale procedura incidentale di verifica;
  • per i procedimenti pendenti (quale quello cui si riferisce il giudizio a quo), ha circoscritto la legittimazione ai soli creditori ipotecari, pignoranti o intervenuti nell’esecuzione (i secondi e i terzi, peraltro, indipendentemente dal rango del loro credito e, quindi, anche se chirografari).

Alla stregua di ciò, restano esclusi dalla tutela i crediti dei prestatori di lavoro subordinato, che non siano ipotecari, pignoranti o intervenuti nell’esecuzione, ma comunque assistiti da privilegio generale sui beni mobili, ai sensi dell’art. 2751-bis, numero 1), cod. civ., e con diritto alla collocazione sussidiaria sul prezzo degli immobili, ai sensi dell’art. 2776 cod. civ. Per questo verso, la disciplina in esame si pone, tuttavia, in contrasto con l’art. 36 Cost., in quanto idonea a pregiudicare il diritto (riconosciuto al lavoratore, per l’appunto, dall’art. 36, comma 1, Cost.) “ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
A causa del divieto di iniziare o proseguire azioni esecutive sui beni confiscati (art. 1, comma 194), la misura patrimoniale rischia, infatti, di privare ex abrupto il lavoratore della possibilità di agire utilmente in executivis per il pagamento delle proprie spettanze: ciò avviene segnatamente allorché la confisca renda i residui beni del debitore insufficienti a soddisfare le sue ragioni, e massimamente nell’ipotesi di confisca “totalizzante”, la quale investa, cioè – come nel caso oggetto del giudizio a quo – l’intero patrimonio del datore di lavoro: in questi casi, il lavoratore perde ogni prospettiva di ottenere il pagamento dei propri crediti tanto dal debitore (che non ha più mezzi), quanto dallo Stato, cui sono devoluti i beni confiscati: sicché la sua tutela resta affidata al solo eventuale intervento sostitutivo del Fondo di garanzia istituito presso l’INPS (subordinato, peraltro, a particolari presupposti e circoscritto, comunque, ad una limitata porzione dei crediti derivanti dal rapporto di lavoro subordinato)
La disciplina di cui ai commi 198 e seguenti dell’art. 1 della legge n. 228/2012 – dice la Corte Costituzionale – assume, pertanto, una chiara valenza ad excludendum, rispetto a pagamenti da parte degli organi di gestione dei beni confiscati in favore di creditori diversi da quelli ivi considerati. Per la Consulta è sufficiente dichiarare illegittimo il solo comma 198 – senza doversi pronunciare sui commi successivi sino al 206 – “trattandosi della previsione normativa che regge quelle dei commi successivi, identificando i creditori cui esse si riferiscono”.

L’art. 52 del D.Lgs. n. 159/2011 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136) stabilisce, in particolare, che «La confisca non pregiudica i diritti di credito dei terzi che risultano da atti aventi data certa anteriore al sequestro, nonché i diritti reali di garanzia costituiti in epoca anteriore al sequestro», purché ricorrano le seguenti condizioni:
«a) che l’escussione del restante patrimonio del proposto sia risultata insufficiente al soddisfacimento del credito, salvo per i crediti assistiti da cause legittime di prelazione sui beni sequestrati;
b) che il credito non sia strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego, a meno che il creditore dimostri di aver ignorato in buona fede il nesso di strumentalità;
c) nel caso di promessa di pagamento o di ricognizione di debito, che sia provato il rapporto fondamentale;
d) nel caso di titoli di credito, che il portatore provi il rapporto fondamentale e quello che ne legittima il possesso».
Corte Costituzionale – Sentenza N. 94/2015

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