Diritto

Confessa la colpa chi regolarizza senza riserva

Nell'ambito di una contestazione per lavoro sommerso, pagare agli ispettori contributi e sanzioni amministrative senza riserva di ripetizione deve essere inteso quale riconoscimento di colpa, in quanto il comportamento concludente del debitore univocamente manifesta il riconoscimento del debito contributivo
Nell’ambito di una contestazione per lavoro sommerso, pagare agli ispettori contributi e sanzioni amministrative senza riserva di ripetizione deve essere inteso quale riconoscimento di colpa, in quanto il comportamento concludente del debitore univocamente manifesta il riconoscimento del debito contributivo

Nell’ambito di una contestazione per lavoro sommerso, pagare agli ispettori contributi e sanzioni amministrative senza riserva di ripetizione deve essere inteso quale riconoscimento di colpa.

Lo hanno stabilito i giudici della Corte di appello di Venezia (sezione lavoro, sentenza 596/2012) chiamati a valutare le accuse degli organi ispettivi a carico di una gelateria, incolpata di avere impiegato irregolarmente personale per alcuni periodi nella stagione. Per i giudici, decidere di pagare vale come «confessione», senza che sia più possibile fare valere le proprie ragioni.

Nel caso esaminato, i titolari della gelateria, dopo l’accertamento ispettivo, hanno deciso di provvedere alla regolarizzazione (con la sanatoria prevista dal decreto legislativo 124/2004). Una scelta fatta – come hanno spiegato ai giudici – per evitare di aggravare la loro condizione e approfittare dei benefici di legge. Ma il ritardo con cui è stato formalizzato il rapporto sommerso ha fatto scattare l’ingiunzione delle maggiori sanzioni degli uffici ispettivi.
A questo punto, l’azienda ha impugnato i provvedimenti dell’amministrazione, sostenendo la tesi che non vi fosse lavoro nero. E il tribunale ha dato ragione ai titolari dell’impresa, riconoscendo l’inesistenza del rapporto di lavoro contestato.
Ma la sentenza di primo grado è stata appellata dall’amministrazione, e la Corte d’appello di Venezia – valutando la condotta della gelateria dopo la notificazione del verbale ispettivo di contestazione – ha negato la validità delle ragioni dell’azienda.
In particolare, i titolari dell’impresa hanno sostenuto che la regolarizzazione dei contributi, avvenuta dopo l’ispezione, «non ha natura confessoria, ma è stata solo una scelta di opportunità». Non è così secondo la Corte d’appello. I giudici hanno fondato la loro decisione sul fatto che, al momento del versamento dei contributi e delle sanzioni, i titolari della gelateria non hanno dichiarato alcuna «riserva».
Questa omissione, secondo i giudici, assume una notevole rilevanza sostanziale nel caso considerato, fino al punto da potersi considerare «confessoria». Infatti, i giudici parlano della regolarizzazione senza riserva di ripetizione come «comportamento concludente del debitore», che «univocamente manifesta il riconoscimento del debito contributivo» e, soprattutto, «della correlata e inscindibile esistenza del rapporto di lavoro in contestazione». In pratica, in base a questo «comportamento concludente», secondo i giudici, si può ritenere raggiunta «la dimostrazione dell’addebito».

Alla luce di questa interpretazione giurisprudenziale, è opportuno che le aziende che intendano contestare i provvedimenti ispettivi dichiarino espressamente la propria opposizione agli accertamenti sfavorevoli. E che, anche quando decidono di aderire alle richieste degli enti pubblici sfruttando istituti premiali o sanatorie, provvedano ai pagamenti precisando la riserva di ripetere quanto versato in caso di vittoria in giudizio.

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