Lavoro

Conciliazione volontaria con verbale “flessibile”

Conciliazione volontaria con verbale "flessibile"
Le parti potranno siglare, contemporaneamente alla conciliazione volontaria, un ulteriore accordo transattivo, con il quale potranno rinunciare reciprocamente a ogni possibile rivendicazione connessa al rapporto di lavoro

Verbale unico per la conciliazione ed eventuali ulteriori accordi tra datore di lavoro e dipendente. In occasione del Forum Lavoro organizzato dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, i rappresentanti del Ministero del Lavoro hanno fornito indicazioni molto interessanti in merito alla nuova procedura di conciliazione volontaria introdotta dal Jobs Act.

Uno dei temi di cui si è discusso riguarda la possibilità di abbinare la procedura di conciliazione a un accordo transattivo più ampio, avente ad oggetto questioni diverse dal licenziamento.

La nuova conciliazione, infatti, ha come oggetto esclusivo l’impugnazione del licenziamento, con la conseguenza che l’accettazione dell’assegno circolare offerto dal datore di lavoro non chiude tutte le possibili controversie che l’ex dipendente potrebbe avviare, per fatti avvenuti prima della cessazione del rapporto (ad esempio, differenze retributive, danni da demansionamento eccetera).

Appare condivisibile l’interpretazione fornita dal Ministero: le parti potranno siglare, contemporaneamente alla conciliazione volontaria, un ulteriore accordo transattivo, con il quale potranno rinunciare reciprocamente a ogni possibile rivendicazione connessa al rapporto di lavoro; la conciliazione sul licenziamento e l’accordo sugli altri aspetti potranno essere formalizzate anche con un unico verbale, nel quale si darà atto dei vari accordi.

Un’altra questione trattata nel corso del Forum attiene alla possibilità di fruire dei benefici di legge (esenzione fiscale e contributiva) se si deroga ad alcune modalità previste dalla riforma: luogo della conciliazione (sedi assistite), tempo della proposta (60 giorni dal licenziamento), entità dell’importo offerto (una mensilità per anno da 2 a 18 mensilità al massimo) e modalità di pagamento (assegno circolare contestuale).

Sul punto, il Ministero ha suggerito di verificare, caso per caso, se la modalità alternativa utilizzata dalle parti risulti coerente con la ratio della legge. Questo criterio dovrà essere usato con prudenza, in quanto i vari passaggi della procedura rispondono a una logica ben precisa e, quindi, si prestano poco a essere modificati. Così, ad esempio, non sembra casuale la scelta di individuare nell’assegno circolare la forma con cui deve essere formulata l’offerta: l’accettazione dell’assegno richiede, infatti, un comportamento espresso del lavoratore, adeguato alla gravità delle conseguenze che possono derivare dalla sua scelta (decadenza dal diritto di agire in giudizio).

Una forma di pagamento diversa – ad esempio, un bonifico bancario – comporterebbe l’accettazione tacita (e non esplicita) della somma, qualora il dipendente omettesse di restituirla: ma una semplice condotta omissiva sarebbe sufficiente a determinare la decadenza dal diritto di agire in giudizio? In mancanza di una norma di legge, pare difficile da sostenere.

Allo stesso modo, sembra difficile ipotizzare che la conciliazione si possa svolgere fuori da una sede “protetta”, in quanto l’accordo raggiunto tra le parti sarebbe privo di data certa, indispensabile per il beneficio fiscale.

Altrettanto difficile appare l’ipotesi di raggiungere la conciliazione su somme diverse da quelle fissate dalla legge. La nuova normativa, infatti, persegue l’obiettivo di evitare negoziazioni tra le parti sull’entità dell’importo, che deve essere certo e predeterminato sin dall’inizio. Ovviamente, nulla vieterà alle parti di trovare un accordo transattivo sulla base di una somma diversa, ma questa scelta farebbe perdere il beneficio fiscale per l’intero importo (se la somma sarà inferiore al minimo legale) o per la parte eccedente la misura minima legale.

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