Diritto

Compenso troppo alto all’amministratore: è elusione fiscale

Compenso troppo alto all'amministratore: è elusione fiscale
È elusione fiscale corrispondere un compenso eccessivo all’amministratore di una S.r.l.; l’azienda non ha diritto a portare in detrazione quanto corrisposto all’amministratore come componente negativo di reddito perché quest’ultimo è assimilabile all’imprenditore

È elusione fiscale corrispondere un compenso eccessivo all’amministratore di una S.r.l.; l’azienda non ha diritto a portare in detrazione quanto corrisposto all’amministratore come componente negativo di reddito perché quest’ultimo è assimilabile all’imprenditore.

Con la sentenza n. 25572 del 14 novembre 2013, la Corte di Cassazione ha stabilito due importanti principi che sicuramente faranno discutere per le conclusioni contenute:

  • in primo luogo è affermato che l’amministrazione finanziaria può sindacare l’entità del compenso corrisposto dalla società all’amministratore, contestando eventualmente un’elusione fiscale, nell’ipotesi che esso sia eccessivo e non giustificato da una valida ragione economica;
  • in secondo luogo i giudici di legittimità affermano che l’amministratore unico di una società di capitali è equiparabile all’imprenditore, con la conseguenza che quanto da lui percepito a titolo di compenso, non è deducibile dal reddito d’impresa.

La contestazione da parte dell’Amministrazione finanziaria. Con sentenza del gennaio 2010, la CTC aveva accolto il ricorso dell’amministrazione finanziaria, relativo all’avviso di accertamento emesso nei confronti della S.r.l. inerente un recupero di imposta ai fini IRPEG ed ILOR per l’anno 1988; tra le varie contestazioni rilevate nel citato avviso di accertamento era contenuta anche la ripresa a tassazione della parte più consistente del reddito d’impresa, della somma pari a lire 50.000.000; si trattava del compenso all’amministratore, che per effetto della deduzione del costo dava un risultato finale di bilancio, per la S.r.l., uguale a zero. Tale deduzione non era altro che un espediente elusivo posto in essere al fine di sottrarsi al pagamento delle imposte, tenuto conto anche della consistente entità della pretesa retribuzione, che andava ridimensionata.

Il ricorso in Cassazione. Nel ricorso in Cassazione la S.r.l. censura la sentenza dei giudici del merito perché porre dei limiti ai compensi degli amministratori comporterebbe una grave menomazione della libertà d’impresa, considerato che alcun intento elusivo poteva essere posto in essere, per il semplice fatto che entrambi i gli amministratori remunerati avevano corrisposto l’imposta mediante la ritenuta alla fonte.

Occorre preliminarmente ricordare che l’amministratore delegato della S.r.l., assieme al direttore della stessa S.r.l., erano gli unici soci della S.r.l. ricorrente.

Per i giudici di legittimità l’argomentazione della S.r.l. ricorrente è infondata.

La Corte di Cassazione osserva che – in tema di imposte sui redditi e con riferimento alla determinazione di quello d’impresa – l’art. 62 TUIR afferma che è esclusa l’ammissibilità di deduzioni a titolo di compenso per il lavoro prestato o l’opera svolta dall’imprenditore, limitando la deducibilità delle spese per prestazioni di lavoro a quelle sostenute per quello dipendente e per compensi spettanti agli amministratori di società di persone; non è consentito, quindi, dedurre dall’imponibile il compenso per il lavoro prestato e l’opera svolta dall’amministratore unico di società di capitali. Nel caso in esame, per la Corte di Cassazione, la posizione di quest’ultimo è equiparabile, sotto il profilo giuridico, a quella dell’imprenditore, non essendo individuabile, in relazione alla sua attività gestoria, la formazione di una volontà imprenditoriale distinta da quella della società, e non ricorrendo quindi l’assoggettamento all’altrui potere direttivo, di controllo e disciplinare, che costituisce il requisito tipico della subordinazione, come nella specie.

Un recente orientamento dell’Agenzia delle Entrate. Con la risoluzione n. 113/E del 31 dicembre 2012 (a testimonianza del fatto che sull’argomento ormai c’è molta confusione), l’Agenzia delle Entrate è intervenuta sulla questione della deducibilità dei compensi erogati dalle società di capitali ai loro amministratori, dopo che la Corte di Cassazione – con la sentenza n. 18702 del 2010 – aveva suscitato diverse perplessità e molto interesse, stabilendo, tra l’altro, che tali compensi sono indeducibili dal reddito d’impresa delle società di capitali. Con tale sentenza i giudici di legittimità hanno ribadito, infatti, richiamando quanto già affermato nella sentenza n. 24188 del 2006, che la formulazione dell’art. 62 del vecchio TUIR consente di dedurre dal reddito d’impresa le spese per prestazioni lavorative concernenti il solo lavoro dipendente, nonché i compensi erogati agli amministratori di società di persone; la stessa norma escluderebbe, invece, la deducibilità degli emolumenti erogati dalle società di capitali, atteso che in quest’ultimo caso si verificherebbe, sotto il profilo giuridico, l’equiparazione tra la figura dell’imprenditore e quella dell’amministratore di società di capitali, giacché vi sarebbe un’unica volontà imprenditoriale espressa appunto dall’amministratore, non distinta da quella della società. Poiché il citato ex art. 62 stabilisce che “non sono ammesse deduzioni a titolo di compenso del lavoro prestato o dell’opera svolta dall’imprenditore”, la Cassazione ha ritenuto che, stante la predetta equiparazione, non sia deducibile il compenso erogato da una società di capitali al suo amministratore.

Con la risoluzione n. 113/E/2012, l’Agenzia ha affermato che i compensi pagati al liquidatore-socio da una S.r.l., per l’attività da lui svolta, sono deducibili dal reddito di quest’ultima al momento della corresponsione e concorrono alla determinazione del reddito imponibile di chi li riceve. Per i soggetti IRES, infatti, non trovano applicazione le disposizioni degli articoli 60 e 8 TUIR, che sono destinate esclusivamente ai compensi erogati per il lavoro prestato o per l’opera svolta dall’imprenditore individuale (e dai suoi familiari), prevedendone, rispettivamente, l’indeducibilità dal reddito d’impresa e la non concorrenza al reddito complessivo del percipiente.

Nella parte conclusiva della risoluzione, l’Agenzia delle Entrate ha affermato che, fermo restando la predetta deducibilità dei compensi amministrativi, tuttavia, “resta fermo che, in sede di attività di controllo, l’Amministrazione finanziaria può disconoscere totalmente o parzialmente la deducibilità dei componenti negativi di cui si tratta in tutte le ipotesi in cui i componenti appaiano insolitisproporzionati ovvero strumentali all’ottenimento di indebiti vantaggi”.

Secondo il Fisco, pertanto, i compensi amministrativi sono sempre sindacabili, anche sotto il profilo quantitativo. In tal senso, viene richiamata, infatti, l’eventuale “sproporzione” di tali emolumenti, su cui potrebbe intervenire l’Ufficio in sede di controllo della posizione fiscale.

I poteri dell’amministrazione finanziaria di accertare la congruità dei compensi. I giudici di legittimità affermano inoltre che rientra nei poteri dell’amministrazione finanziaria la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, ancorché non risultino irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi negli atti giuridici d’impresa. Ne consegue che la deducibilità, ai sensi dell’art. 62 TUIR, dei compensi degli amministratori delle società (nella specie una S.r.l.) non implica che gli uffici finanziari siano vincolati alla misura indicata in deliberazioni sociali o contratti, competendo all’amministrazione finanziaria la verifica dell’attendibilità economica dei predetti dati. Del resto, il fatto che la deducibilità del compenso all’amministratore ormai possa essere eccepita anche con riferimento alle società di capitali, non cambia affatto il quadro complessivo della fattispecie in esame, dal momento che si tratta di “innovazione, introdotta all’art. 95 TUIR, dall’art. 6, comma 6, D.Lgs. n. 247/2005, ed entrata in vigore soltanto l’1.1.2004, giusta il disposto del comma 13, senza possibilità quindi di efficacia retroattiva”.

Le conclusioni. Per i giudici di legittimità il ricorso della S.r.l. va rigettato con condanna della ricorrente, al rimborso delle spese a favore dell’amministrazione finanziaria.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 25572/2013

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