Diritto

Commette reato la colf che minaccia la madre della propria datrice di lavoro

Commette reato la colf che minaccia la madre della propria datrice di lavoro
Scatta il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni per la colf che minaccia la madre della propria datrice di lavoro al fine di farsi consegnare del denaro che ritiene dovuto. Per la configurazione del reato infatti non è necessario che la minaccia, o la violenza, sia rivolta direttamente alla controparte

Scatta il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni per la colf che minaccia la madre della propria datrice di lavoro al fine di farsi consegnare del denaro che ritiene dovuto. Per la configurazione del reato infatti non è necessario che la minaccia, o la violenza, sia rivolta direttamente alla controparte. Lo ha stabilito il Tribunale di Taranto con la sentenza n. 3146 del 27 novembre 2014.

IL FATTO
Na.El e Mu.Sa venivano imputati dei reati di “Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone” ed “Ingiuria” perché, in concorso tra di loro, dopo aver incrociato per strada Gr.El. – madre della datrice di lavoro Ca.Cl. – a bordo della sua autovettura, la costringevano ad arrestare la marcia, sbarrandole la via con manovra posta in essere con l’autovettura a bordo della quale si trovavano, e la minacciavano di ritorsioni ove non avessero ottenuto il pagamento di pretese competenze retributive, facendosi arbitrariamente ragione da sè medesimi, mediante la violenza e la minaccia, pur potendo ricorrere al giudice al fine di ottenere il pagamento di competenze retributive pretese nei confronti di Ca.Cl.

LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI TARANTO
Il Tribunale di Taranto ha confermato la condanna degli imputati per i reati di “Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone” ed “Ingiuria”. In particolare, l’art. 393 c.p. sanziona chi al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza o minaccia alle persone. Nel caso di specie, al fine di esercitare il diritto preteso al pagamento di proprie eventuali ulteriori spettanze retributive, inerenti il rapporto di lavoro instaurato con Ca.Cl., Na.El si era fatta ragione da sé, con l’ausilio di Mu.Sa, dapprima costringendo la madre della Ca., Gr.El., ad arrestare la marcia del veicolo dopo averla incrociata per strada, minacciandola di ritorsioni ove non avessero ottenuto il pagamento della somma di 160 euro, infine obbligando la donna a recarsi nello studio di Ca.Cl. per ottenere l’esborso della predetta cifra, minacciando il Mu.Sa altro ingiusto pregiudizio (il danneggiamento del locale).

Peraltro ai fini della sussistenza del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, non è necessario che la violenza o la minaccia sia usata direttamente verso chi è in conflitto d’interesse con l’agente (cfr. Cass. 25/01/1989).

Il Tribunale evidenzia altresì che secondo costante giurisprudenza della Corte di Cassazione la buona fede dell’agente circa la reale o putativa sussistenza del preteso diritto non vale ad escludere il dolo, ma costituisce, al contrario, un presupposto necessario per la configurabilità del reato e vale a distinguere lo stesso da altre, più gravi, ipotesi criminose (cfr. Cass. sez. VI, 06/02/2001): pertanto la eventuale convinzione della Na.El in merito alla legittimità delle proprie pretese economiche non incide sulla punibilità per il commesso reato.

Per quanto concerne l’elemento soggettivo il Tribunale rileva quindi che è sufficiente il dolo generico (coscienza e volontà dell’atto di violenza e minaccia con la convinzione di esercitare un preteso diritto).

Con riferimento al reato di violenza privata, rileva il Tribunale, conformemente a condiviso orientamento della Suprema Corte (cfr. Cass. Sez. 1, sentenza n. 10534 del 22/03/1988), che il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni si differenzia da quello di cui all’art. 610 cod. pen., che contiene egualmente l’elemento della violenza o della minaccia alla persona, non nella materialità del fatto che può essere identica in entrambe le fattispecie, bensì nell’elemento intenzionale. Nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni l’agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l’oggetto della pretesa gli competa giuridicamente, pur non richiedendosi che tale pretesa sia realmente fondata, ma bastando che di ciò egli abbia ragionevole opinione. Il reato di violenza privata, invece, che tutela la libertà morale, è titolo generico e sussidiario rispetto al reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (compreso tra i delitti contro l’amministrazione della giustizia) e rispetto ad altre ipotesi delittuose che contengono come elemento essenziale la violenza alle persone. Esso si risolve nell’uso della violenza – fisica o morale – per costringere taluno ad un comportamento commissivo od omissivo ed, atteso il suo carattere generico e sussidiario, resta escluso, in base al principio di specialità, allorché la violenza sia stata usata per uno dei fini particolari previsti per la “ragion fattasi” (come accaduto nel caso in esame).

Con riferimento al delitto di ingiuria, apostrofando la datrice Ca.Cl. con gli epiteti “pu****a” e “donna perfida”, gli imputati hanno evidentemente offeso il decoro dell’interlocutore: per l’intrinseca carica di disprezzo e dileggio che le parole adoperate manifestano e/o per la riconoscibile volontà di umiliare il destinatario, le stesse sono da considerarsi offensive e, quindi, inaccettabili in qualsiasi contesto pronunciate. Ai fini della sussistenza del suddetto delitto, è sufficiente che l’agente abbia consapevolmente apostrofato l’interlocutore con epiteti chiaramente percepibili come offensivi in relazione al contesto in cui sono stati pronunciati, ed effettivamente percepiti come tale, a nulla rilevando l’assenza, in capo al primo, dell’intenzione di offendere (cfr. Cass. sez. V, 16/03/2005); la Na.El ed il Mu.Sa non potevano, quindi, non essere consapevoli della valenza offensiva delle espressioni utilizzate, volendo quindi esprimere effettivamente il proprio disprezzo (unitamente alla rabbia) nei confronti della datrice Ca.Cl.

Ne consegue la condanna degli imputati in mesi 4 di reclusione.

Tribunale di Taranto – Sentenza N. 3146/2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *