Diritto

Collaborazione: come capire se configura un rapporto di lavoro subordinato

Collaborazione: come capire se configura un rapporto di lavoro subordinato
Al fine di verificare la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato non vale il “nomen iuris” attribuito dalle parti ma si devono valutare altri elementi

L’elemento che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato rispetto al rapporto di lavoro autonomo è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l’assenza di rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione, idonei anche a prevalere sull’eventuale volontà contraria manifestata dalle parti, ove incompatibili con l’assetto previsto dalle stesse. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 7024 dell’8 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il Tribunale di Roma, in parziale accoglimento del ricorso proposto da un pizzaiolo contro la società presso cui prestava servizio in virtù di un contratto di collaborazione, ha condannato la stessa al pagamento in favore del lavoratore della somma di euro 4.700 oltre accessori, a titolo di differenze retributive ed indennità risarcitoria ex art. 8 della legge n. 604 del 1966, pari a 2 mensilità e mezzo della retribuzione globale di fatto, a seguito dell’accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra le parti nel periodo dal 18 settembre 2002 al 25 novembre 2002, ed ha dichiarato l’illegittimità del recesso della società per la sua natura ontologicamente disciplinare e per il mancato rispetto della procedura di cui all’art. 7 dello Statuto dei lavoratori.

La Corte d’Appello ha riformato la sentenza del Tribunale, escludendo la natura subordinata del rapporto di lavoro e facendo preminente riferimento al contratto di collaborazione sottoscritto dalle parti in data 23/9/2002. In particolare, la Corte territoriale ha preso atto del fatto che il rapporto, come accertato dal giudice di prime cure, era iniziato il 18/9/2002 e non già a giugno 2002 (come pretendeva il lavoratore) e che poi il 19/9/2002 il lavoratore si era infortunato sul lavoro ed era stato quindi assente per malattia fino al 25/11/2002. Secondo la Corte territoriale, il rapporto si era svolto solo in 1-2 giorni, del tutto insufficienti ad evidenziare la sussistenza degli elementi tipici esclusivi della subordinazione individuati dalla giurisprudenza, non essendo emersi dalla prova i fatti costitutivi della pretesa invocata (nessun teste – secondo la sentenza impugnata – ha riferito dell’esistenza di un preciso orario di lavoro, della necessità di giustificare eventuali assenze, o della sottoposizione del lavoratore al potere organizzativo disciplinare e gerarchico del responsabile dell’esercizio).

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il lavoratore, in particolare dolendosi del fatto che la Corte territoriale avesse trascurato che la natura autonoma del rapporto risultava esclusa dallo stesso contenuto letterale del contratto, che richiamava un orario di lavoro, una prestazione continuativa e in collegamento con le esigenze aziendali, una retribuzione fissa mensile in relazione sinallagmatica della prestazione lavorativa, tutti elementi univocamente indicativi della subordinazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal lavoratore. Sul punto, gli Ermellini ricordano come la Suprema Corte abbia già affermato (tra le tante, Sez. L, sentenza n. 5645 del 9 marzo 2009) che l’elemento che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato rispetto al rapporto di lavoro autonomo è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l’assenza di rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione, idonei anche a prevalere sull’eventuale volontà contraria manifestata dalle parti, ove incompatibili con l’assetto previsto dalle stesse.

La qualificazione del rapporto come sopra operata trova inoltre conferma nella considerazione secondo cui alcuni lavori non possono che svolgersi con modalità di subordinazione, essendosi affermata (da Sez. L, sentenza n. 58 del 7 gennaio 2009), con riferimento alle prestazioni rese da un lavoratore come cameriere ai tavoli di un ristorante, la rilevanza, quali indici di subordinazione, dell’assenza di rischio economico per il lavoratore, dell’osservanza di un orario e dell’inserimento nell’altrui organizzazione produttiva, specie in relazione al coordinamento con l’attività degli altri lavoratori, aspetti questi peraltro connaturati al lavoro di cameriere (nella specie la Suprema Corte ha cassato la decisione della Corte territoriale che, oltre a negare la subordinazione, sulla base delle prestazioni saltuarie, non aveva detto come fosse possibile lavorare quale cameriere in un ristorante senza coordinamento con i colleghi e libero dalle direttive datoriali quanto, ad esempio, all’uniformità dell’abbigliamento o alla distribuzione dei tavoli o all’orario di lavoro).

Analoghe considerazioni possono valere in riferimento al caso di specie, in relazione all’attività svolta dal lavoratore in questione, in ragione della difficile configurabilità di un contratto di collaborazione per un’attività che è quella ordinaria di pizzaiolo (che non può che essere subordinata, ed anche se svolta per un arco temporale esiguo). Inoltre, il contratto, che qualificava il rapporto come collaborazione e non lavoro subordinato, prevedeva però l’obbligo del lavoratore di prestare servizio, quale pizzaiolo, “per sei ore al giorno per sei giorni settimanali”, “in modo assiduo e continuativo, tenendo presente le esigenze connesse al buon andamento della gestione”, per una retribuzione fissa di euro 1.400 al mese. Dalla previsione di un compenso fisso, di un orario di lavoro fisso e continuativo, e di una continuità della prestazione in funzione di collegamento tecnico organizzativo e produttivo con le esigenze aziendali si desume univocamente, al di là del nomen juris indicato dalle parti, la costituzione di un rapporto di natura subordinata, confermato peraltro dai caratteri delle mansioni.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

L’elemento che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato rispetto al rapporto di lavoro autonomo è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l’assenza di rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione, idonei anche a prevalere sull’eventuale volontà contraria manifestata dalle parti, ove incompatibili con l’assetto previsto dalle stesse.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 7024/2015

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