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Code infinite, in Italia perdiamo 5 anni di vita

Code infinite, in Italia perdiamo 5 anni di vita
In Italia in fila si perdono 400 ore ogni dodici mesi, in pratica cinque anni della nostra vita. Il Codacons ha provato a calcolare quanto ci costi questa perdita di tempo

Quante volte ci è capitato di organizzare le giornate sulla base del tempo speso in fila agli uffici? A pensarci bene a volte riteniamo la fila come la conosciamo quasi normale. Siamo nati e vissuti nel Paese delle code, sgomitiamo e sopravviviamo. In Italia in fila si perdono 400 ore ogni dodici mesi, in pratica cinque anni della nostra vita. Il Codacons ha provato a calcolare quanto ci costi questa perdita di tempo e ha sparato la cifra di 40 miliardi di euro, tutti sulle nostre spalle. La realtà è che la gestione della cosa pubblica è rimasta ferma a sessanta anni fa, mentre tutto intorno il mondo è cambiato. Al Pronto Soccorso, all’Università, all’Ufficio Postale, all’Inps, all’Agenzia delle Entrate il copione è sempre lo stesso: centinaia di metri percorsi col numeretto in mano e le scarpe consumate sui pavimenti degli uffici pubblici, anche alle soglie del 2015, anche nell’era del virtuale in cui tutto è rivolto alla riduzione di spazi e tempi.

Inps
Sono le 8 del mattino, davanti al palazzo dell’Inps sembra ci sia un sit-in di protesta, invece è la folla accalcata davanti alle porte ancora barricate. Mezz’ora dopo gli uffici aprono, tutti corrono a prendere il ticket il prima possibile, incuranti gli uni degli altri. Inizia la giornata tipo di un cittadino italiano. Numero 48, «non è nemmeno troppo alto», penso. Alle 11.49, dopo oltre tre ore di attesa, come un’illuminazione compare finalmente il numero «48» sullo schermo. Allo sportello il dipendente non mi guarda nemmeno in faccia, cerco di stemperare: «Iniziavo a pensare che avrei dovuto dormire qui stanotte». «Faccia presto, non ho tempo da perdere», mi dice Giovanni (così leggo dal tesserino che tiene in petto) impassibile. A dispetto delle sue pretese, però, mi sbriga le pratiche di previdenza con una lentezza paragonabile a quella di un 80enne alle prese con un iPad. Esco dagli uffici quando il sole è bello che alto, alle 12.30, esattamente quattro ore dopo esservi entrato, quando mezza giornata sen’è già andata. Non tutto il mondo è Paese, però. In Germania, ad esempio, gli uffici amministrativi sono dimensionati per fare in modo che in massimo dieci minuti le persone riescano ad accedere ai servizi. «I documenti possono essere inviati sempre via mail o posta – rivela Carmine, uno dei tanti italiani emigrati – e si può fare tutto da casa persino per i casi più complessi, come pratiche internazionali».

Università
La vita dello studente universitario italiano è altrettanto ardua. Mentre per pagare le tasse il sistema è abbastanza rodato, per sostenere gli esami il discorso è più complesso. 12 settembre, prenotazione effettuata online, 63 studenti prenotati, appello previsto alle ore 9. Nessuna divisione in matricole, significa che una sessantina di ragazzi verrà esaminata in un unico giorno da due docenti. Tutti sanno che è impossibile: calcolando una media di 30 minuti di esame a testa, occorrerebbero 30 ore no stop. Infatti alle 11.30 quelli già esaminati sono soltanto tre. E mentre dall’aula escono visi felici e meno felici, alle 14 l’unico annuncio che arriva dalla commissione d’esame è quella della pausa pranzo. Si riprende mezz’ora dopo. Intorno alle 17, un’ora prima della chiusura della facoltà, arriva l’attesa notizia: gli studenti con il cognome dalla lettera F alla M dovranno presentarsi il giorno successivo, quelli dalla N alla Z dopo due giorni. In sostanza, oltre 40 studenti sono rimasti bloccati inutilmente per un’intera giornata. «Perché non una divisione sin da subito, oppure online al momento della prenotazione? – dice un ragazzo visibilmente contrariato – ci sono persone che devono percorrere oltre un’ora di treno per venire qui». Eppure, anche se non tutte le Università italiane utilizzano questo «non-metodo», all’estero queste sono situazioni inconcepibili. San, studente di economia in un college negli Usa, rivela: «Qui è da quasi dieci anni che è tutto totalmente informatizzato. Versiamo tasse, chiediamo informazioni, a volte seguiamo lezioni sul web. Durante la prenotazione dell’esame è il sistema a effettuare le divisioni. Le comunicazioni ci arrivano via mail e via sms sul cellulare». Insomma, fantascienza.

Welfare e tasse
«In Irlanda ogni mese arriva via mail la propria situazione sulle tasse, in sostanza si fa tutto al pc». A parlare è Orestina, trasferitasi a Dublino da qualche mese: «Le tasse vengono automaticamente decurtate dallo stipendio, se poi si cambia lavoro, l’ex datore dovrà compilare un modulo affinché sia fatto il ricalcolo». Anche in Inghilterra tutto è prenotabile online, come ci spiega Tiziana, lavoratrice a Londra: «Soltanto per le iscrizioni la prima volta (ad esempio per ricevere il NIN, codice fiscale per lavorare) si attende prendendo il tradizionale biglietto, ma il tempo medio stimato è di 7 minuti. Per il resto esiste una propria pagina personale virtuale, in cui è possibile pagare le tasse e fare richieste amministrative di ogni tipo». In Italia sono invece centinaia gli episodi di cronaca registrati presso gli uffici di Equitalia e dell’Agenzia delle Entrate. Proteste per le tasse troppo alte? Non solo. L’attesa media presso l’Agenzia delle Entrate è infatti di 57 minuti, ma è prassi stare infila dalle due alle tre ore. Danno e beffa.

Sembra essere per davvero un’altra tassa, quella della fila. Un’imposta statale sulla propria vita, sul proprio tempo libero che nessuno riesce ad evadere. Ma ritrovare il tempo perduto non è impossibile, diceva Proust, in questo consiste la ricerca della felicità.

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