Diritto

CIGS: criteri di scelta in chiaro nell’avvio della procedura

La mancata specificazione, nella comunicazione di apertura della procedura di trattamento d’integrazione salariale, dei criteri di scelta dei lavoratori da mettere in cassa integrazione, determina l’inefficacia dei provvedimenti adottati dal datore di lavoro, che può essere fatta valere giudizialmente dai lavoratori
La mancata specificazione, nella comunicazione di apertura della procedura di trattamento d’integrazione salariale, dei criteri di scelta dei lavoratori da mettere in cassa integrazione, determina l’inefficacia dei provvedimenti adottati dal datore di lavoro, che può essere fatta valere giudizialmente dai lavoratori

La mancata specificazione, nella comunicazione di apertura della procedura di trattamento d’integrazione salariale, dei criteri di scelta dei lavoratori da mettere in cassa integrazione, determina l’inefficacia dei provvedimenti adottati dal datore di lavoro, che può essere fatta valere giudizialmente dai lavoratori. E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9409 del 29 aprile 2014.

IL FATTO

Il caso trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente interessato da un intervento di cassa integrazione che aveva adito l’autorità giudiziaria al fine di ottenere una pronuncia che dichiarasse l’illegittimità della sospensione per cassa integrazione e la condanna della società al pagamento delle differenze tra il trattamento di cassa integrazione e la retribuzione spettante.

La società, soccombente in sede di merito, proponeva ricorso per Cassazione, sostenendo che, per effetto dell’entrata in vigore del d.P.R. n. 218/2000, la materia della cassa integrazione sarebbe stata delegificata, onde il citato decreto costituirebbe l’unico regolamento della materia con la conseguente sostituzione, per abrogazione esplicita od implicita per incompatibilità, di tutte le altre disposizioni di fonte legale. In altri termini, sarebbe venuto meno il diritto delle organizzazioni sindacali e, di riflesso, dei lavoratori, ad essere informati, sin dalla comunicazione di avvio della procedura, circa i criteri di selezione dei lavoratori da sospendere e le modalità di rotazione. La società ha poi sostenuto che i successivi accordi sindacali avrebbero avuto un effetto sanante in ordine alla definizione dei criteri di scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La Cassazione ha, però, respinto il ricorso, ribadendo che la disciplina introdotta dal richiamato regolamento (ossia, il d.P.R. n. 218 del 2000) non ha alcuna efficacia abrogativa della legge n. 223 del 1991 e, quindi, degli oneri di comunicazione; più specificamente, non incide in alcun modo sulle disposizioni riguardanti l’obbligo datoriale di comunicare in avvio della procedura per l’integrazione salariale alle organizzazioni sindacali i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere, nonché le modalità di rotazione. Il d.P.R., cioè, tende a semplificare la fase propriamente amministrativa, di rilevanza pubblica, del procedimento di concessione della integrazione salariale, senza in alcun punto ridurre i diritti dei lavoratori e le prerogative delle organizzazioni sindacali ad essi funzionali.

Inoltre, i Supremi Giudici hanno sottolineato che in caso di intervento straordinario di integrazione salariale per l’attuazione di un programma di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale implicante una temporanea eccedenza di personale, il provvedimento di sospensione dall’attività lavorativa è illegittimo qualora il datore di lavoro, sia che intenda adottare il meccanismo della rotazione sia nel caso contrario, ometta di comunicare alle organizzazioni sindacali, ai fini dell’esame congiunto, gli specifici criteri, eventualmente diversi dalla rotazione, di individuazione dei lavoratori che devono essere sospesi.

In definitiva, la mancata specificazione dei criteri di scelta (o la mancata indicazione delle ragioni che impediscono il ricorso alla rotazione) determina l’inefficacia dei provvedimenti aziendali che può essere fatta valere giudizialmente dai lavoratori, in quanto la regolamentazione della materia è finalizzata alla tutela, oltre che degli interessi pubblici e collettivi, soprattutto di quelli dei singoli lavoratori; inoltre, gli eventuali accordi sindacali non hanno alcun effetto sanante in ordine alla definizione dei criteri di scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 9409/2014

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