Diritto

Chirurgo trasferito al pronto soccorso: nessun demansionamento, né mobbing

Chirurgo trasferito al pronto soccorso: nessun demansionamento, né mobbing
Niente mobbing o demansionamento per il medico chirurgo trasferito al reparto di pronto soccorso con conseguente calo di interventi chirurgici

Il trasferimento al pronto soccorso di un medico chirurgo, con conseguente diminuzione del numero di interventi operatori, non può configurare l’ipotesi di demansionamento o di comportamento mobizzante.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 22798/2013, che di fatto ha respinto le doglianze di un medico che lamentava la violazione dell’articolo 2103 del c.c. per non aver potuto acquisire e sviluppare la propria capacità professionale in seguito al cambio di reparto.

IL FATTO

La vicenda ha visto protagonista una dottoressa che era stata assegnata al reparto di Chirurgia e si era occupata della normale attività chirurgica, nonché di essere stata poi assegnata ad altro reparto di Chirurgia. Avverso tale circostanza la dipendente presentava domanda al Tribunale, in funzione del giudice del lavoro, nei confronti dell’azienda Ospedaliera affinché accertasse la dequalificazione professionale nonché il mobbing subiti nel corso del rapporto di lavoro e per la condanna al risarcimento del danno. Il Tribunale respinse le domande della ricorrente. Avverso la decisione del giudice di primo grado, la ricorrente proponeva ricorso alla Corte di Appello che confermava la sentenza del giudicie di prime cure.

La dottoressa proponeva, avverso la decisione del giudice di merito, ricorso alla Corte Suprema per la cassazione della sentenza basandolo su quattro motivi di censura.

LA DECISIONE

Coerentemente, ricordano i giudici della Suprema Corte, già la Corte territoriale aveva osservato che “lo stesso art. 63 del Dpr n. 761/79, invocato dalla ricorrente, prevede che ‘Le modalità di assegnazione in cura dei pazienti debbono rispettare criteri oggettivi di competenza’, oltre che di equa distribuzione del lavoro, e risulterebbe peraltro in contrasto coi principi fondamentali dell’ordinamento, tra cui in primis il diritto alla salute dei cittadini, se sulle oggettive competenze e capacità dovesse prevalere il criterio di equa ripartizione del lavoro tra i chirurghi”.

Del resto, conclude la Suprema corte: “La decisione della Corte di merito si è congruamente basata sull’ampia documentazione ivi richiamata (verbali operatori degli anni 2000-2003) e sulle deposizioni testimoniali, da cui è emerso in primo luogo che il numero di interventi mensili, nel reparto dove pacificamente lavorava la ricorrente, era esiguo (circa tre interventi al mese pro capite) e che molti colleghi della ricorrente risultavano avere eseguito lo stesso numero di interventi, e taluni anche di meno”.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 22789/2013

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