Diritto

Cessione di ramo aziendale e cessazione del rapporto: danno per il lavoratore

Cessione di ramo aziendale e cessazione del rapporto: danno per il lavoratore
Nella cessione di ramo aziendale, la mancata prosecuzione del lavoro alle dipendenze del cedente provoca un danno al lavoratore pari alla mancata percezione della retribuzione

L’effettiva mancata prosecuzione del lavoro alle dipendenze dell’impresa cedente produce per il lavoratore un danno pari alla mancata percezione della retribuzione, detratto quanto eventualmente percepito a causa del lavoro di fatto reso per la cessionaria, fino al momento della volontaria risoluzione del rapporto di lavoro. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9803 del 13 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano, confermando la decisione del Tribunale, ha condannato Telecom Italia S.p.A. al pagamento, in favore di un lavoratore, della somma di € 35.379,52 a titolo di retribuzione relativa al periodo intercorso dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2012, periodo durante il quale la società non aveva adempiuto all’ordine di reintegrazione nel posto di lavoro per effetto della pronuncia del medesimo Tribunale che aveva dichiarato l’inefficacia del trasferimento del ramo d’azienda dalla stessa Telecom Italia a Telespot S.p.A.
In particolare, la Corte territoriale, richiamando suoi precedenti in casi uguali a quello scrutinato, ha considerato che il rapporto di lavoro con la Telespot, stante detta dichiarazione di inefficacia della cessione del ramo d’azienda, dovesse considerarsi di mero fatto, stante la prosecuzione del rapporto con la Telecom con tutte le conseguenti obbligazioni, anche in assenza della concreta prestazione lavorativa stante l’inadempienza della società datrice di lavoro.

Contro la sentenza, ha proposto ricorso per cassazione Telecom Italia S.p.A. sostenendo, per quanto qui di interesse, che il rapporto di lavoro con la Telespot S.p.A. non poteva considerarsi come di mero fatto stante una formale conciliazione intervenuta fra il lavoratore e tale società, a conferma della piena consapevolezza della regolarità di tale rapporto, mentre solo successivamente era intervenuta la dichiarazione dell’inefficacia della cessione del ramo d’azienda alla stessa Telespot.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dalla società. Sul punto osservano gli Ermellini che, accertata dal giudice la nullità di una cessione di ramo d’azienda e ordinata la reintegrazione nel posto di lavoro già occupato dal dipendente presso l’impresa cedente, questa non aveva ottemperato a tale reintegrazione e, di fatto, il lavoratore aveva continuato a lavorare presso la cessionaria. In seguito, lavoratore e cessionaria avevano concluso un accordo transattivo con cui il primo aveva accettato la collocazione in mobilità, così ponendo fine al rapporto di lavoro.

Ciò posto, la pretesa pecuniaria avanzata contro la cedente Telecom non poteva avere ad oggetto la retribuzione, in assenza della prestazione lavorativa, ma solo il risarcimento del danno da mancata ottemperanza all’ordine giudiziale di reintegrazione. Tale danno, ad avviso della Suprema Corte, è in concreto insussistente dato che il lavoratore ha percepito la retribuzione dalla cessionaria in misura equivalente a quella che avrebbe percepita dalla cedente, circostanza questa non negata dallo stesso lavoratore.

La volontaria accettazione dell’indennità di mobilità ha poi posto fine ad ogni rapporto lavorativo.

In conclusione, l’effettiva mancata prosecuzione del lavoro alle dipendenze dell’impresa cedente produce per il lavoratore un danno pari alla mancata percezione della retribuzione, detratto quanto eventualmente percepito a causa del lavoro di fatto reso per la cessionaria, fino al momento della volontaria risoluzione del rapporto di lavoro.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

L’effettiva mancata prosecuzione del lavoro alle dipendenze dell’impresa cedente produce per il lavoratore un danno pari alla mancata percezione della retribuzione, detratto quanto eventualmente percepito a causa del lavoro di fatto reso per la cessionaria, fino al momento della volontaria risoluzione del rapporto di lavoro.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 9803/2015

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