Diritto

Casse professionali: esercizio della professione e annullamento di periodi previdenziali incompatibili

Casse professionali: esercizio della professione e annullamento di periodi previdenziali incompatibili
La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha chiesto la rimessione alle Sezioni Unite della soluzione di un contrasto giurisprudenziale relativo ai poteri delle Casse professionali

Con l’ordinanza interlocutoria n. 9489 del 10 maggio 2016, la Corte di Cassazione è tornata ad affrontare la problematica del potere della Cassa nazionale di previdenza e di assistenza dei dottori commercialisti (Cnpadc) di verificare non soltanto l’esercizio continuativo della professione di dottore commercialista, ma anche l’esercizio legittimo della professione stessa, che si traduce, tra l’altro, nello svolgimento della professione in assenza di situazioni di incompatibilità, con il conseguente potere della Cassa di annullare i periodi contributivi che risultino caratterizzati da una di tali situazioni di incompatibilità.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il Tribunale di Bolzano accertava e dichiarava, accogliendo il ricorso di un commercialista, la validità ad ogni effetto contributivo e previdenziale del periodo di iscrizione del ricorrente alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti dal 1° gennaio 1982 al 1° gennaio 2009 e ciò previo annullamento del provvedimento adottato, nella riunione del 28 ottobre 2009, dalla Giunta Esecutiva della Cassa, con il quale era stato deliberato di considerare lo svolgimento, in taluni periodi, della libera professione di commercialista, da parte del ricorrente, come effettuato in situazione di incompatibilità, con conseguente annullamento delle relative annualità di iscrizione.

A fondamento della propria decisione il Tribunale di Bolzano poneva l’orientamento di cui a Cass. 15 giugno 2009 n. 13853, per il quale la Cassa ha unicamente, ai sensi dell’art. 22 della legge 29 gennaio 1986, n. 21, il potere di accertare la continuità dell’esercizio della professione e non anche il potere di verificare il persistere nel tempo di una regolare iscrizione all’Albo professionale, tale ulteriore potere appartenendo in via esclusiva al Consiglio dell’Ordine competente.

Nei confronti di detta sentenza la Cassa proponeva ricorso alla Corte d’Appello, la quale, accogliendo il gravame, respingeva la domanda del ricorrente.

La Corte territoriale richiamava, a sostegno della propria decisione, il contrastante orientamento di cui a Cass. 13 novembre 2013 n. 25526, per il quale la Cassa è titolare del potere di verifica non soltanto di un esercizio della professione continuativo ma anche di un esercizio legittimo, che si manifesta, tra l’altro, nello svolgimento della professione in assenza di situazioni di incompatibilità, con la conseguenza di poter annullare i periodi contributivi che risultino caratterizzati da una di tali situazioni.

Contro la sentenza suddetta proponeva ricorso per cassazione il commercialista, con il quale, denunciando violazione e falsa applicazione di varie norme della legge 29 gennaio 1986, n. 21 e del d.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067 nonché dell’art. 4 disp. prel. cod. civ., sottoponeva a critica l’indirizzo interpretativo fatto proprio dalla Corte di Appello.

L’ORDINANZA INTERLOCUTORIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE
Come la vicenda processuale pone in luce con nitida evidenza, si confrontano nella giurisprudenza di Cassazione due opposti orientamenti.

Per il primo di essi alla Cassa è attribuito, dall’art. 22 della legge n. 21/1986, solo il potere di accertare la continuità dell’esercizio della professione e non anche quello di verificare la regolarità dell’iscrizione o di adottare i provvedimenti di cancellazione dall’albo, che, invece, ai sensi dell’art. 34 del d.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, appartengono alla competenza esclusiva del Consiglio dell’Ordine e, in ragione della gravità degli effetti, sono assistiti da specifiche garanzie, quali l’audizione dell’interessato e la possibilità di proporre ricorso, avente efficacia sospensiva della misura; con la conseguenza della illegittimità del provvedimento di diniego della prestazione previdenziale richiesta adottato dalla Cassa per avere ravvisato una situazione di incompatibilità idonea a determinare la cancellazione dall’albo, dovendosi ritenere che, così disponendo, la Cassa abbia implicitamente statuito anche sul diritto all’iscrizione all’albo dell’interessato, senza che quest’ultimo potesse neppure avvalersi delle garanzie in tale ambito previste, contemplate solo nei confronti delle decisioni del Consiglio dell’Ordine.

Per il secondo e antitetico orientamento presente nella giurisprudenza di Cassazione la Cassa ha il potere di annullare i periodi contributivi durante i quali la professione sia stata svolta in situazione di incompatibilità anche se tale condizione non sia stata preventivamente accertata e sanzionata dal competente Consiglio dell’Ordine, atteso che il potere di indagine riconosciuto alla Cassa, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 20 e 22, terzo comma, della legge 29 gennaio 1986, n. 21, ha ad oggetto non solo il fatto storico dell’esercizio della professione ma anche, implicitamente e necessariamente, la sua legittimità. Tale requisito, infatti, assume rilievo su due piani diversi – quello strettamente professionale e quello previdenziale – tra loro paralleli e, dunque, senza reciproche interferenze, e il relativo accertamento, ai sensi dell’art. 22, terzo comma, legge n. 21 cit., va reiterato nel tempo sulla base dei criteri stabiliti dal comitato dei delegati, organo della Cassa, dovendosi, pertanto, ritenere tale soluzione rispondente ad una interpretazione costituzionalmente orientata in quanto – in coerenza con la sentenza n. 420 del 1988 della Corte costituzionale – l’art. 38, secondo comma, Cost. non può estendere la propria funzione di garanzia nei confronti di attività svolte in violazione delle norme poste a tutela dell’interesse generale alla continuità ed obiettività della professione.

Orbene, ad avviso della Suprema Corte, la questione, che ha dato luogo ai due contrastanti indirizzi interpretativi sopra richiamati, è da ritenere questione di massima di particolare importanza, avendo ad oggetto la titolarità di un potere destinato ad incidere su un diritto della persona costituzionalmente garantito (come il diritto alla previdenza ex art. 38 Cost.). Ne consegue la trasmissione degli atti al Primo Presidente della Corte, affinchè valuti l’opportunità di rimessione alle Sezioni Unite al fine di evitare l’ulteriore protrarsi di contrapposte soluzioni.

Corte di Cassazione – Ordinanza interlocutoria N. 9489/2016

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