Diritto

Processo tributario e processo penale indipendenti: scatta il reato anche in assenza della violazione fiscale

La Corte di Cassazione ribadisce con fermezza il principio di indipendenza tra il giudizio penale e quello tributario
La Corte di Cassazione ribadisce con fermezza il principio di indipendenza tra il giudizio penale e quello tributario

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35846 depositata il 2 settembre 2013, ribadisce con fermezza il principio di indipendenza tra il giudizio penale e quello tributario. I giudici, infatti, sottolineano come spetta esclusivamente al giudice penale il compito di procedere all’accertamento e alla determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, attraverso una verifica che può venire a sovrapporsi ed anche ad entrare in contrasto con quella effettuata dinanzi al giudice tributario.

IL CASO

Un contribuente veniva accusato, in qualità di agente rappresentante di un Consorzio Agrario, di aver determinato un deficienza di quasi 27 kg di gasolio denaturato agricolo e di 227 kg sulla benzina, pertanto in misura superiore rispetto al 10% oltre il calo consentito.

L’Ufficio recuperava, dunque, a tassazione le maggiori imposte, applicando anche sanzioni a carico del contribuente.

A seguito del ricorso proposto dall’imprenditore, la Commissione tributaria competente annullava l’atto impositivo e le relative sanzioni, constatando una differente quantità di calo.

Dal lato penale, tuttavia, il contribuente veniva condannato per il reato previsto dal D.Lgs. n. 504 del 1995 (Testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative) – in particolare dall’art. 40 comma 1, in relazione all’art. 47 – alla pena di 9 mesi di reclusione e 6.500 euro di multa.

La condanna veniva confermata anche dalla Corte di Appello.

LA NORMATIVA

Si ricorda che l’art. 40 del D.Lgs. n. 504 del 1995 dispone che è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa dal doppio al decuplo dell’imposta evasa, non inferiore in ogni caso ad euro 7.746, chiunque, tra l’altro, sottrae con qualsiasi mezzo i prodotti energetici, compreso il gas naturale, all’accertamento o al pagamento dell’accisa.

Inoltre, l’art. 47 sancisce che per le deficienze riscontrate nella verificazione dei depositi fiscali di entità superiore al 2 per cento oltre il calo consentito si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro dal doppio al triplo della relativa accisa.

Nel caso di prodotti denaturati, se la deficienza eccede l’uno per cento oltre il calo consentito, l’esercente è punito, indipendentemente dal pagamento dell’accisa commisurata all’aliquota più elevata gravante sul prodotto, con la multa fino a 2.582 euro. Se poi la deficienza è di entità superiore al 10 per cento oltre il calo consentito, si applicano le pene previste per il tentativo di sottrazione del prodotto al pagamento dell’accisa.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Avverso la conferma della condanna da parte della Corte di Appello, l’imprenditore proponeva ricorso in Cassazione affidato a vari motivi.

In estrema sintesi, tuttavia, la difesa lamentava che la decisione impugnata non aveva attentamente vagliato tutti gli elementi di fatto e di diritto emersi nel corso del processo, richiamando, in particolare, quanto accertato nella pronuncia dei giudici tributari e sostenendo che la condanna penale era in netto contrasto con quest’ultima.

La Corte di Cassazione, Sezione feriale penale, con la sentenza n. 35846 depositata il 2 settembre 2013 ha respinto il ricorso dell’imprenditore, accogliendo un solo motivo impugnato che ha permesso, però, solo di convertire la pena della reclusione nella pena pecuniaria di circa 20.000 euro.

I giudici di legittimità, dunque, hanno confermato la condanna del contribuente, ribadendo il principio di diritto secondo cui il giudizio penale e quello tributario sono totalmente indipendenti.

A tal proposito, la Corte richiama una precedente pronuncia (Sez. III, 26.2.08, De Cicco, Rv. 239984) in cui, pur avendo riguardo ad un reato diverso, si era chiaramente affermato il principio di autonomia tra i due giudizi.

Ed infatti – sottolineano i giudici – in quel caso era stato detto che, ai fini dell’individuazione del superamento o meno della soglia di punibilità di cui all’art. 5 del D.Lgs. n. 74 del 2000 (reato di omessa dichiarazione), spetta esclusivamente al giudice penale il compito di procedere all’accertamento e alla determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, attraverso una verifica che può venire a sovrapporsi ed anche ad entrare in contrasto con quella effettuata dinanzi al giudice tributario.

Posto tale principio, la Corte afferma che, nel caso di specie, il principio vale a fortiori soprattutto perché, come sottolineato dal tribunale e dalla Corte di Appello, la Commissione tributaria non si è basata, nel proprio giudizio, su un accertamento effettivo, bensì su mere dichiarazioni della parte ricorrente.

ALCUNE CONSIDERAZIONI

La pronuncia in esame appare particolarmente rigorosa. Vero è, da un lato, che deve essere sancita l’autonomia tra i due procedimenti ma è anche vero che appare arduo sostenere una condanna per evasione di imposta – nel caso di specie di accise – quando la violazione, dal lato fiscale, è stata ritenuta insussistente.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 35846/2013

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