Diritto

Cassazione e abbandono del posto di lavoro

Cassazione e abbandono del posto di lavoro
Il lavoratore che si assenta dal posto di lavoro per fare ritorno al proprio paese in assenza di ferie può essere considerato dimissionario

Un lavoratore si assenta dal lavoro e l’azienda, venuta a conoscenza che questi ha fatto rientro nel Paese di origine e che non intende rientrare in Italia, restituisce i documenti e paga il dovuto. Per il lavoratore si tratta di licenziamento intimato oralmente, ma soccombe – anche in Cassazione – in quanto i Giudici ritengono che il rapporto di lavoro è venuto a cessare per iniziativa del lavoratore.

A stabilirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 22869 dell’8/10/2013.

I fatti riguardano la posizione di un lavoratore oggetto di licenziamento – orale secondo la prospettazione del lavoratore intimato il 30/11/2005 dalla datrice di lavoro B.B. s.r.l.

Il lavoratore invoca la illegittimità del licenziamento con conseguente diritto alla dichiarazione di inefficacia dello stesso ed al risarcimento del danno.

La Corte territoriale aveva rilevato che il rapporto doveva considerarsi come risolto su iniziativa del lavoratore. La sig.ra D.B., procuratrice della società, in sede di risposta all’interrogatorio libero, aveva escluso che la società avesse concesso al lavoratore K. un periodo di ferie per il Dicembre 2005. La B. aveva precisato che, quando ciò avveniva, veniva consegnata al lavoratore una lettera scritta a fini doganali il che non era avvenuto nel caso di specie; la B. vista l’assenza del K. si era informata dai connazionali dello stesso che le avevano riferito che l’appellante si era recato in Africa e che non voleva tornare più in Italia a lavorare. Il teste B., sindacalista CGIL, aveva dichiarato che, incaricato di seguire la vicenda del K., si era informato presso l’azienda che aveva mostrato grande stupore per l’iniziativa del lavoratore per riavere il posto di lavoro.

La teste C., impiegata della società, aveva a sua volta dichiarato che ad un certo punto si era accorta che il K. non si era recato più a lavorare; quando poi questi era tornato a ritirare i documenti di lavoro le aveva precisato che era stata una sua iniziativa quella di andarsene dal posto di lavoro; inoltre c’era una precisa prassi di predisporre una documentazione ad hoc per il rientro nel paese d’origine per le ferie. Pertanto questo insieme di elementi portava a concludere che il rapporto fosse stato sciolto dallo stesso K. che non sì era presentato al lavoro ed aveva poi richiesto la restituzione dei documenti di lavoro; se il K. fosse stato autorizzato a prendere le ferie avrebbe senz’altro conservato la relativa documentazione di carattere doganale: infine la società, se il lavoratore si fosse assentato senza permesso avrebbe avuto la strada più semplice della contestazione disciplinare, invece di licenziarlo oralmente. Non era emersa alcuna prova di un licenziamento orale posto che la società aveva solo restituito i documenti e pagato il dovuto quanto era stata richiesta di farlo.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso il lavoratore; resiste controparte con controricorso che ha anche eccepito la nullità della procura in quanto priva della data e del luogo dì sottoscrizione.

Tralasciando in questa sede l’aspetto riguardante la procura, si annota quanto segue con riferimento alla pronuncia degli Ermellini:

  1. la sentenza impugnata dopo aver riportato le dichiarazioni rese dai testi B., C. e dal legale rappresentante della società B. in sede di interrogatorio libero pone in stretta correlazione tali dichiarazioni con l’accertamento dell’inesistenza di un licenziamento orale in quanto le predette dichiarazioni nel loro complesso comprovano che fu il K. spontaneamente a lasciare il luogo dì lavoro e che non risponde al vero che gli fu concesso un periodo di ferie. La motivazione pertanto appare congrua, saldamente ancorata ai dati processuali e logicamente coerente, mentre le censure, oltre che di merito, non trovano riscontro nell’impostazione della motivazione del provvedimento impugnato;
  2. le dichiarazioni rese dai testi unitamente ad altri elementi come la mancanza di documentazione doganale per prassi predisposta per i lavoratori che rientrano nel paese d’origine per ferie hanno condotto la Corte territoriale ad escludere che al lavoratore fossero state concesse le ferie ed a stabilire che il posto di lavoro era in realtà stato spontaneamente abbandonato dal K.. La motivazione sul punto appare congrua e logicamente coerente; le censure appaiono di merito e dirette ad una “rivalutazione del fatto”, inammissibile in sede di Cassazione;
  3. la prova di un licenziamento “orale” dedotto dal K. non è stata offerta, mentre le dichiarazioni rese dai testi e quelle del legale rappresentante conducono unitamente ad altri elementi prima ricordati a ritenere che sia stato il lavoratore spontaneamente ad abbandonare il posto di lavoro, posto che è stato anche accertato che allo stesso non erano state concesse le ferie come allegato in ricorso. La motivazione non appare né insufficiente né contraddittoria visto che indica chiaramente gli elementi che conducono ad escludere che vi sia stato un licenziamento orale, mentre è emerso che fu il K. ad abbandonare il posto di lavoro;
  4. la mancanza di una documentazione doganale è stato ritenuto un elemento comprovante la mancata fruizione nel periodo di assenza dal lavoro delle ferie che peraltro non risultano in alcun modo richieste alla luce del complesso delle risultanze probatorie. Si tratta di un mero elemento di riscontro di altre fonti probatorie che certamente – trattandosi di una prassi aziendale – il Giudice poteva tenere in considerazione. La motivazione appare quindi congrua e logicamente coerente; le censure di mero fatto.

Con l’ultimo motivo si allega la motivazione contraddittoria su un fatto controverso e decisivo, costituito dall’assenza di riscontri probatori circa le pretese dimissioni del lavoratore per il fatto di aver presupposto come necessaria una contestazione disciplinare scritta prima del licenziamento intimato in forma orale. Anche l’ultimo motivo appare infondato.

La Corte territoriale ha osservato che il datore di lavoro, visto che il lavoratore si era assentato dal posto di lavoro senza giustificazioni di sorta, anziché intimare un recesso orale ben avrebbe potuto contestare l’assenza disciplinarmente. Si tratta di un elemento richiamato solo ad colorandum, che non costituisce in alcun modo il cuore argomentativo della decisione che invece è incentrata sugli altri elementi prima ricordati che portano ad escludere che sia stato intimato un recesso orale, atteso che il lavoratore spontaneamente aveva lasciato il posto di lavoro e non per fruire di ferie mai richieste. Pertanto il motivo aggredisce una parte della motivazione non determinante per la decisione.

La Corte conclude per il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 22869/2013

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