Diritto

Caso Eternit, reato di disastro: inizio della prescrizione dal giugno 1986

La consumazione del reato di disastro non può considerarsi protratta oltre il momento in cui si è verificata la cessazione delle immissioni delle polveri e dei residui della lavorazione dell'amianto prodotti dagli stabilimenti Eternit
La consumazione del reato di disastro non può considerarsi protratta oltre il momento in cui si è verificata la cessazione delle immissioni delle polveri e dei residui della lavorazione dell’amianto prodotti dagli stabilimenti Eternit

Con la sentenza n. 7941 del 23 febbraio 2015, la Sezione I Penale della Corte di Cassazione ha reso note le motivazioni con le quali il 19 novembre 2014 aveva annullato senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti dell’amministratore della società Eternit relativamente al reato di cui all’art. 434 cod. pen. e alle conseguenti statuizioni di condanna nei confronti del predetto imputato e dei responsabili civili, ritenendo il reato estinto per prescrizione maturata anteriormente alla sentenza di primo grado.

IL FATTO
La vicenda processuale segue alla sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Torino nei confronti dell’amministratore della società Eternit per aver commesso fatti diretti a cagionare un disastro e dai quali è derivato un pericolo per la pubblica incolumità; e, in particolare, per avere:

  • negli stabilimenti italiani del gruppo Eternit, omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici, necessari per contenere l’esposizione all’amianto (impianti di aspirazione localizzata, adeguata ventilazione dei locali, utilizzo di sistemi a ciclo chiuso, limitazione dei tempi di esposizione, procedure di lavoro atte ad evitare la manipolazione manuale, lo sviluppo e la diffusione delle sostanze predette, sistemi di pulizia degli indumenti di lavoro in ambito aziendale), di curare la fornitura e l’effettivo impiego di idonei apparecchi personali di protezione, di sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario mirato sui rischi specifici da amianto, di informarsi ed informare i lavoratori medesimi circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e circa le misure per ovviare a tali rischi;
  • in aree private e pubbliche al di fuori dei predetti stabilimenti, fornito a privati e ad enti pubblici, e mantenuto in uso, materiali di amianto per la pavimentazione di strade, cortili, aie, o per la coibentazione di sottotetti di civile abitazione, determinando un’esposizione incontrollata, continuativa e perdurante, senza rendere edotti gli esposti circa la pericolosità dei predetti materiali e per giunta inducendo un’esposizione di fanciulli e adolescenti anche durante attività ludiche;
  • presso le abitazioni private dei lavoratori, omesso di organizzare la pulizia degli indumenti di lavoro in ambito aziendale, in modo da evitare l’indebita esposizione ad amianto dei familiari conviventi e delle persone addette alla predetta pulizia.

Il tutto con l’aggravante che il disastro è avvenuto, in quanto l’amianto è stato immesso in ambienti di lavoro e in ambienti di vita su vasta scala e per più decenni, mettendo in pericolo e danneggiando la vita e l’integrità fisica sia di un numero indeterminato di lavoratori sia di popolazioni e causando il decesso di un elevato numero di lavoratori e di cittadini individuati.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputato, in particolare censurando la tesi sostenuta dai giudici di appello secondo cui la consumazione del reato doveva correttamente essere individuata soltanto nel momento in cui l’eccesso numerico dei casi di soggetti deceduti o ammalati rispetto agli attesi, specificamente riscontrato dalle indagini epidemiologiche in relazione a tali siti, sarebbe venuto meno; soltanto allora il reato di disastro innominato avrebbe potuto ritenersi consumato e sarebbe potuto iniziare a decorrere il termine della prescrizione.
Secondo l’imputato, la ricostruzione operata dalla Corte d’Appello palesava la erroneità nell’individuazione del termine di prescrizione del reato di cui all’art. 434 cod. pen., ancorato non già al momento di perfezionamento del reato, ma da un lato alla realizzazione di un evento circostanziale, dall’altro ad aspetti legati alla sua offensività e costituenti postfatti rispetto all’evento consumativo della immutatio loci.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha – con una sentenza destinata a fare scuola nella materia del diritto penale del lavoro – chiarito che mentre il Tribunale aveva confuso la permanenza del reato con la permanenza degli effetti del reato, la Corte di Appello aveva inopinatamente aggiunto all’evento costitutivo del disastro, eventi rispetto ad esso estranei ed ulteriori, quali quelli delle malattie e delle morti, costitutivi semmai di differenti delitti di lesioni e di omicidio, non oggetto di contestazione formale e in relazione ai quali in entrambi i giudizi di merito era stata espressamente respinta qualsiasi richiesta volta alla verifica dei nessi di causalità con la contaminazione ambientale.

Discende da quanto evidenziato che nel caso in esame la consumazione del reato di disastro non può considerarsi protratta oltre il momento in cui ebbero fine le immissioni delle polveri e dei residui della lavorazione dell’amianto prodotti dagli stabilimenti della cui gestione era attribuita la responsabilità all’imputato: non oltre, perciò, il mese di giugno dell’anno 1986, in cui venne dichiarato il fallimento delle società del gruppo, venne meno ogni potere gestorio riferibile all’imputato e al gruppo svizzero e gli stabilimenti cessarono, secondo quanto riferiscono le stesse sentenze di merito, l’attività produttiva che aveva determinato e completato per accumulo e progressivo incessante incremento la disastrosa contaminazione dell’ambiente lavorativo e del territorio circostante.

Tornando al caso esaminato dalla Cassazione nella sentenza qui commentata, i giudici hanno inequivocabilmente chiarito che il reato di disastro innominato contempla, nella forma aggravata, un evento che è appunto il disastro verificatosi; il disastro è da intendere, perché sia assicurata, seguendo le rime obbligate desumibili dalla descrizione degli “altri disastri” nominati contemplati nel medesimo Capo I, la sufficiente determinatezza della fattispecie, come un fenomeno distruttivo naturale di straordinaria importanza (Corte Cost. n. 327 del 2008); il pericolo per la pubblica incolumità, in cui risiede la ragione della incriminazione e che individua il bene protetto, funge da connotato ulteriore del disastro e serve a precisarne sul piano della proiezione offensiva le caratteristiche: il persistere del pericolo, e tanto meno il suo inveramento quale concreta lesione dell’incolumità, non sono richiesti per la realizzazione del delitto e non essendo elementi del fatto tipico non possono segnare la consumazione del reato, perché «non si deve confondere l’evento pericoloso con gli effetti che ne sono derivati».

Quanto ai precedenti giurisprudenziali, nel senso da ultimo indicato (Cass. pen., Sez. 4, n. 32170 del 28/05/2014, V., inedita).

La consumazione del reato di disastro non può considerarsi protratta oltre il momento in cui si è verificata la cessazione delle immissioni delle polveri e dei residui della lavorazione dell’amianto prodotti dagli stabilimenti Eternit; ne consegue, pertanto, che la prescrizione ha avuto inizio nel mese di giugno dell’anno 1986, in cui venne dichiarato il fallimento delle società del gruppo, essendo in tale momento collocabile il venir meno di ogni potere gestorio riferibile all’amministratore e al gruppo svizzero nonché la cessazione negli stabilimenti dell’attività produttiva che aveva determinato e completato per accumulo e progressivo incessante incremento la disastrosa contaminazione dell’ambiente lavorativo e del territorio circostante.

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