Diritto

Cartelle a prescrizione accelerata

Cartelle a prescrizione accelerata
La cartella di pagamento divenuta definitiva, perché notificata e non impugnata, non può essere equiparata alla sentenza passata in giudicato. La prescrizione varia, pertanto, in base alla natura del credito in essa contenuto

La mera non opposizione della cartella di pagamento non può determinare una modificazione del regime della prescrizione quinquennale dei crediti previdenziali. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma con la sentenza n. 4549 del 6 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso proposto da una società avverso le intimazioni di pagamento notificate da Equitalia e relative a due cartelle di pagamento, aventi entrambe ad oggetto contributi previdenziali Inps insoluti e maturati nel 2001.
In particolare, la società ha sostenuto l’illegittimità degli atti di intimazione eccependo l’avvenuta prescrizione del credito dell’Istituto, maturatasi successivamente alla notifica delle cartelle di pagamento.
Nello specifico, le cartelle di pagamento erano state notificate in data 14 marzo 2003 e 19 febbraio 2004.
Equitalia deduceva di aver interrotto il decorso del termine prescrizionale con la notifica del preavviso di fermo, notificato in data 30 giugno 2007.
Le intimazioni di pagamento sono state, poi, notificate alla società in data 18 marzo 2014.
La questione verte pertanto sulla durata del termine prescrizionale del credito previdenziale, dopo che sia stata notificata e non opposta una cartella
esattoriale
.

LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI ROMA
Il Tribunale di Roma accoglie il ricorso presentato dalla società. Osservano i giudici che la giurisprudenza più recente ha chiarito che “in tema di iscrizione a ruolo dei crediti previdenziali, il temine prescritto dal quinto comma dell’art. 24 del D.Lgs n. 46 del 1999, per proporre opposizione nel merito onde accertare la fondatezza della pretesa dell’ente, deve ritenersi perentorio, perchè diretto a rendere incontrovertibile il credito contributivo dell’ente previdenziale in caso di omessa tempestiva impugnazione e a consentire una rapida riscossione del credito iscritto a ruolo” (Cass., sent. n. 18145 del 23 ottobre 2012).

Da tale irretrattabilità del credito censito nella cartella di pagamento non opposta nei termini, un orientamento sostenuto recentemente anche dalla Corte di Cassazione fa discendere, anche per la presente fattispecie, l’applicabilità dell’art. 2953 del codice civile, secondo cui i diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta una sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni. (Cass., sent. n. 4338 del 24 febbraio 2014).
Secondo tale impostazione, anche in questo caso, dal c.d. “passaggio in giudicato” della cartella esattoriale, discenderebbe la trasformazione della prescrizione propria dei crediti previdenziali in quella ordinaria decennale, indipendentemente dalla natura degli stessi.

Tuttavia, nella sentenza in commento il Tribunale si discosta da tale pronuncia, modificando anche il proprio precedente orientamento, in quanto la cartella esattoriale non opposta non può assimilarsi ad un titolo giudiziale essendo, al contrario formata unilateralmente dallo stesso ente previdenziale, per cui, pertanto, non può applicarsi al credito ivi contenuto la prescrizione decennale conseguente ad una sentenza di condanna passata in giudicato, ex art. 2953 del codice civile.

La perentorietà del termine fissato dall’art. 24, comma 5, del D.Lgs. 46/99 determina effetti analoghi al giudicato ma, in assenza di un’espressa previsione legislativa in tal senso, non possono ritenersi del tutto equiparabili al giudicato di formazione giudiziale.

In tal senso, si è recentemente pronunciata la Corte di Appello di Catanzaro (pronuncia del 24 aprile 2014) che discostandosi motivatamente dalla citata ultima sentenza della Cassazione, ha ritenuto che “il ragionamento che fa discendere dall’irretrattabilità della cartella conseguente alla mancata proposizione dell’opposizione nei termini dell’art. 24 del D.Lgs. n. 46/99, l’applicabilità dell’art. 2953 c.c. in materia di actio iudicati, applicando per analogia, nel caso di specie, i principi valevoli in materia di decreto ingiuntivo, non tiene conto della diversa natura dei “titoli” che vengono in considerazione: uno di formazione giudiziale, l’altro formato direttamente e unilateralmente dall’ente previdenziale/creditore – diversità così pregnante da rendere non estensibile per analogia la norma che espressamente riguarda i titoli di formazione giudiziale. Così ragionando, peraltro, si perviene alla conclusione di consentire all’ente previdenziale di riscuotere contributi prescritti, in violazione del divieto stabilito, per ragioni di ordine pubblico, dall’art. 55, comma primo, del R.D.L. 14 ottobre 1935 n. 1827 di effettuare versamenti a regolarizzazione di contributi assicurativi, dopo che rispetto agli stessi sia intervenuta la prescrizione, divieto che opera indipendentemente dall’eccezione di prescrizione da parte dell’ente previdenziale e del debitore dei contributi”.

Il Tribunale aderisce a tale orientamento giurisprudenziale di merito, ritenendo che solo l’accertamento giudiziale possa determinare l’allungamento del periodo prescrizionale di un credito (in ipotesi più breve), proprio per effetto dell’intervento del sindacato del giudice che ha verificato la fondatezza della pretesa azionata.
Per contro, in difetto di previsione normativa in tal senso, non soccorre alcuna giustificazione che permetta di ricondurre un tale effetto al comportamento della parte che decida di non impugnare l’iscrizione al ruolo, in mancanza di qualsiasi accertamento giudiziale sulla fondatezza della pretesa dell’Ente creditore.

In conclusione, la mera non opposizione della cartella di pagamento non può determinare una modificazione del regime della prescrizione quinquennale dei crediti previdenziali.

Tribunale di Roma – Sentenza N. 4949/2015

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