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Bonus 80 euro anche sopra le soglie e per famiglie monoreddito: ecco come

Bonus 80 euro anche sopra le soglie e per famiglie monoreddito: ecco come
Il governo studia modifiche al decreto che assegna il bonus di 80 euro a chi ha un reddito inferiore ai 25mila lordi euro l’anno nel tentativo di estenderlo alle famiglie monoreddito al di sopra della soglia

La fine di maggio si avvicina, il famigerato Bonus Renzi da 80 euro entrerà dunque nella prossima busta paga di circa 10 milioni di lavoratori con redditi fino a 24mila euro. Ma aderendo ad un fondo pensione, secondo uno studio ed una elaborazione dati di Mefop, per molti altri lavoratori che hanno redditi al di sopra della soglia prevista per il bonus sarà comunque possibile beneficiarne quando si smetterà di lavorare, incassando una pensione più alta. Il governo valuta inoltre di alzare il tetto per le famiglie monoreddito a 1.800 euro netti con un figlio, 2.000 con due figli, 2.200 con tre figli. A seconda dei tetti il costo sarà tra gli 80 e i 120 milioni. Vediamo come nel dettaglio.

La previdenza complementare
Quei lavoratori che guadagnano qualche migliaio di euro in più rispetto alla soglia dei 24mila euro – esclusi di fatto dal bonus – possono rientrare entro le soglie indicate dal decreto n. 66/2014 grazie all’adesione a un fondo pensione complementare e alla conseguente possibilità di dedurre i contributi volontari e datoriali versati (il Tfr versato al fondo non è fiscalmente deducibile). Chi aderisce alla previdenza complementare infatti può dedurre dal proprio imponibile ai fini fiscali fino a 5.164,57 euro l’anno. Chi guadagna fino a 31.164,57 euro, quindi, e sfrutta al massimo il beneficio fiscale previsto dalla normativa, può rientrare tra i beneficiari del bonus. Minore sarà il reddito e – a pienezza di utilizzo del beneficio fiscale – maggiore sarà il bonus fino ai fatidici 80 euro, che potrà incassare anche chi guadagna 29.164,57 e aderisce a uno strumento di previdenza complementare.

Le deduzioni
Unendo i benefici fiscali dati dell’adesione ai fondi pensione e quelli previsti dal decreto n. 66/2014, è dunque possibile aumentare ulteriormente le proprie entrate, pagando meno tasse. I fondi pensione, infatti, in ragione della loro natura non speculativa, sono esentati dal rialzo della tassazione sulle plusvalenze al 26% risultando anzi inferiori all’aliquota marginale al 15%, a scendere fino al 9% in caso di adesione di lungo periodo. Per fare un esempio concreto, consideriamo un lavoratore dipendente con un reddito da 26mila euro l’anno che può versare 2mila euro nel proprio fondo pensione: in questo modo recupera in forma di deduzione 540 euro (aliquota Irpef 27%) e allo stesso tempo si colloca nella fascia di reddito che prevede la restituzione di 80 euro l’anno di bonus, ossia 640 euro l’anno. Denaro che non gli spetterebbe in caso di non adesione al fondo pensione. A conti fatti, il versamento di 2mila euro al fondo pensione corrisponde a una restituzione – sommando il beneficio fiscale alla restituzione del bonus – di 1.180 euro, il che equivale a un “costo reale” limitato a 820 euro.

La simulazione
Ma a quale entità pensionistica complementare – aggiuntiva cioè a quella erogata da Inps o altri enti previdenziali di primo pilastro – potranno corrispondere questi versamenti ai fondi pensione? Sono ovviamente molti i fattori che concorrono al risultato finale: dall’andamento dei mercati, all’inflazione, alla retribuzione dell’interessato. E’ possibile ottenere un’indicazione di massima ipotizzando alcuni risultati del versamento di 80 euro al mese per tutta la carriera lavorativa (nell’assunto che la restituzione in busta paga resti strutturale e – per semplicità di calcolo – che nel corso della carriera non si ottengano aumenti di stipendio tali da ridurre o far perdere il beneficio fiscale). Così il 30enne che guadagna 24mila euro verdrà i suoi 960 euro di versamenti annui tradotti in una pensione complementare pari a 2.360 euro l’anno circa, ossia il 10% del suo tasso di sostituzione (rapporto primo assegno pensionistico e ultimo stipendio); ciò nel caso aderisca per tutta la sua carriera alla linea di investimento bilanciata 30/70 tra obbligazioni e azioni. Il risultato si riduce nel caso del quarantenne che, iscrivendosi a quest’età e scegliendo lo stesso profilo di rischio, vede i suoi 960 euro annui tramutarsi in 1.400 euro di pensione annua, ossia poco più del 6% dell’ultimo stipendio.

Le famiglie monoreddito
Il governo studia modifiche al decreto che assegna il bonus di 80 euro a chi ha un reddito inferiore ai 25mila lordi euro l’anno nel tentativo di estenderlo alle famiglie monoreddito al di sopra della soglia. E’ quanto ha affermato il Ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi a Omnibus su La7. “Abbiamo già quantificato quanto costa, 80-90, dipende dal tetto, stiamo lavorando su questo. Dovremmo farlo nella conversione del decreto”, ha aggiunto Lupi. “Una famiglia con tre figli in cui lavora solo una persona con un reddito di 26mila euro lordi, non avrebbe nulla, mentre una famiglia senza figli con due persone che guadagnano 24mila euro a testa avrebbe 160 euro al mese”. E’ evidente, spiega l’esponente del Nuovo Centro Destra “la disparità”. Valutiamo di alzare il tetto per le famiglie monoreddito a 1.800 euro netti con un figlio, 2.000 con due figli, 2.200 con tre figli. A seconda dei tetti il costo sarà tra gli 80 e i 120 milioni”.

Le critiche
Le critiche all’azione govenativa proseguono soprattutto sul fronte delle coperture. Dopo la polemica sulla possibilità che le coperture per il decreto valgano solo per l’anno in corso (mentre dal 2015 occorrerà inventarsi qualcos’altro), ora solleva critiche anche il modello d’azione della spending review. Il decreto legge fornisce in materia di spending review una soluzione mai adottata prima: 2,1 miliardi di euro di copertura derivano da tagli non solo orizzontali, ma addirittura retroattivi. Per realizzare l’obiettivo di ridurre la spesa per acquisto di beni e servizi, cui concorrono pariteticamente per 700 milioni i ministeri, le regioni e l’insieme di comuni e province, le amministrazioni pubbliche sono in primo luogo “autorizzate, a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto, a ridurre gli importi dei contratti in essere aventi ad oggetto acquisto o fornitura di beni e servizi, nella misura del 5 percento, per tutta la durata residua dei contratti medesimi”. In sostanza si autorizza uno sconto unilaterale del 5%. Il decreto prevede che le parti possano rinegoziare il contratto e che, nel caso in cui il fornitore non accetti la riduzione del 5%, possa recedere senza pagare penali.

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