Diritto

Blocco dei trattamenti economici dei dipendenti pubblici: la sentenza della Corte Costituzionale

Blocco dei trattamenti economici dei dipendenti pubblici: la sentenza della Corte Costituzionale
La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime di blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti

La Corte Costituzionale ha depositato, il 23 luglio 2015, la sentenza con la quale, nell’udienza dello scorso 24 giugno, aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime di blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti. Gli effetti della sentenza n. 178/2015 decorrono dal giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e nei termini indicati nella motivazione. La sentenza n. 178/2015 spiega i motivi che hanno portato i giudici costituzionali a ritenere illegittimo il mancato rinnovo, protrattosi negli ultimi 6 anni, del contratto del pubblico impiego, ma hanno limitato gli effetti nel tempo della sentenza, per evitare che si aprisse un nuovo caso come quello recente sulle pensioni. Oggetto della declaratoria di illegittimità è, infatti, il c.d. “blocco degli stipendi statali” risultante da tutta una serie di disposizioni introdotte a partire dalla c.d. “Manovra correttiva 2011” (D.L. n. 98/2011), specificate dal D.P.R. n. 122/2013 e prorogate dalle leggi di Stabilità per il 2014 e il 2015.

IL FATTO
Il Tribunale di Roma ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, commi 1 e 17, primo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e dell’art. 16, comma 1, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, prospettando la violazione degli artt. 2, 3, primo comma, 35, primo comma, 36, primo comma, 39, primo comma, e 53 della Costituzione.

Il giudice rimettente espone di dover esaminare i ricorsi presentati il 26 ottobre 2012 dalla Federazione lavoratori pubblici e funzioni pubbliche (FLP) e dalla Federazione italiana autonoma lavoratori pubblici (FIALP), in qualità di firmatarie dei contratti collettivi stipulati con l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) per il personale della Presidenza del Consiglio dei ministri e del comparto ministeri e per il personale degli enti pubblici non economici.

Analoga questione è stata sollevata dinanzi al Tribunale di Ravenna da dipendenti del Ministero della Giustizia.

In particolare, i sindacati hanno chiesto di accertare il diritto a dar corso alle procedure contrattuali e negoziali, relative al triennio 2010-2012, per il personale di cui all’art. 2, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche) e di condannare l’ARAN ad avviare le trattative per il rinnovo dei contratti, deducendo, a sostegno di tali domande, l’illegittimità costituzionale della normativa che “congela” i trattamenti economici percepiti dai dipendenti e “blocca” la contrattazione collettiva «con possibilità di proroga anche per l’anno 2014».

Ad avviso del giudice rimettente, la sospensione della contrattazione sui trattamenti retributivi fino al 31 dicembre 2014 si accompagnerebbe all’impossibilità di qualsivoglia recupero, se solo si considera che, indipendentemente dalle ragioni poste a base della decretazione d’urgenza, si riscontra un prolungamento dei limiti posti all’autonomia collettiva.
Tali limiti confliggerebbero con il dettato degli artt. 35, primo comma, 36, primo comma, e 39, primo comma, Cost.
Le disposizioni censurate, inoltre, si porrebbero in contrasto con l’art. 3, primo comma, Cost., anche in relazione all’art. 2 Cost. Le misure di risanamento sarebbero, infatti, destinate a ripercuotersi sulle retribuzioni dei soli pubblici dipendenti, così violando il principio di eguaglianza tra i cittadini e il dovere di solidarietà politica, sociale ed economica di cui agli artt. 3, primo comma, e 2 Cost.
Tale dovere di solidarietà, difatti, non potrebbe non gravare sull’intera comunità.
Il giudice a quo osserva infine che la sospensione delle procedure contrattuali riguardanti gli incrementi retributivi, protraendosi fino al 31 dicembre 2014, con esclusione di ogni possibilità di recupero e di ogni adeguamento dell’indennità di vacanza contrattuale, interromperebbe la dinamica retributiva, senza presentare quei caratteri di eccezionalità e di temporaneità che la Corte Costituzionale ha ritenuto imprescindibili nel vagliare analoghe misure di contenimento della spesa pubblica.

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
La declaratoria di illegittimità contenuta nella sentenza in commento riguarda solo un gruppo di norme, mentre altre questioni sono state dichiarate inammissibili.

Il quadro normativo su cui si fonda la declaratoria di illegittimità risulta caratterizzato da disposizioni susseguitesi nel tempo, legate da un evidente nesso di continuità, al fine di perseguire un dichiarato obiettivo di contenimento della spesa.

Si tratta in particolare del regime di sospensione della contrattazione collettiva risultante dalla seguenti norme:

  • art. 16, comma 1, lettera b), del D.L. n. 98/2011 (“Manovra correttiva 2011”), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 111/2011, come specificato dall’art. 1, comma 1, lettera c), primo periodo, del DPR n. 122/2013 (Regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti, a norma dell’art. 16, commi 1, 2 e 3, del D.L. n. 98/2011);
  • art. 1, comma 453, della legge n. 147/2013 (Legge di stabilità 2014);
  • art. 1, comma 254, della legge n. 190/2014 (Legge di stabilità 2015).

Innanzitutto la Consulta ha riconosciuto in tali misure un carattere strutturale, con una conseguente violazione dell’autonomia negoziale.

L’estensione fino al 2015 delle misure che inibiscono la contrattazione economica e che, già per il 2013-2014, erano state definite eccezionali, svela un assetto durevole di proroghe. In ragione di una vocazione che mira a rendere strutturale il regime del “blocco”, si fa sempre più evidente che lo stesso si pone di per sé in contrasto con il principio di libertà sindacale sancito dall’art. 39, primo comma, Cost.

Il protrarsi del “blocco” negoziale, è stato così prolungato nel tempo da rendere evidente la violazione della libertà sindacale.

Le norme impugnate dai giudici rimettenti e le norme sopravvenute della legge di Stabilità per il 2015 si susseguono senza soluzione di continuità, proprio perché accomunate da analoga direzione finalistica.

Il “blocco”, così come emerge dalle disposizioni che, nel loro stesso concatenarsi, ne definiscono la durata complessiva, non può che essere colto in una prospettiva unitaria. Ciò risulta anche dalla formulazione letterale dell’art. 1, comma 254, della legge n. 190 del 2014, che estende fino al 2015 il “blocco” ed è quindi destinato a incidere sui giudizi in corso.

Inoltre, l’entrata in vigore delle disposizioni della legge di Stabilità per il 2015 tende a rendere strutturali le misure introdotte per effetto del D.P.R. n. 122 del 2013 e della legge n. 147 del 2013.

Secondo la Consulta, il reiterato protrarsi della sospensione delle procedure di contrattazione economica altera la dinamica negoziale in un settore che al contratto collettivo assegna un ruolo centrale.

Ulteriormente, se i periodi di sospensione delle procedure “negoziali e contrattuali” non possono essere ancorati al rigido termine di un anno, individuato dalla giurisprudenza costituzionale in relazione a misure diverse e a un diverso contesto di emergenza (sentenza n. 245 del 1997, ordinanza n. 299 del 1999), è parimenti innegabile che tali periodi debbano essere comunque definiti e non possano essere protratti ad libitum.

Su tale linea converge anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha sottolineato l’esigenza di «un “giusto equilibrio” tra le esigenze di interesse generale della comunità e i requisiti di protezione dei diritti fondamentali dell’individuo» e ha salvaguardato le misure adottate dal legislatore portoghese – in tema di riduzione dei trattamenti pensionistici – sulla scorta dell’elemento chiave del limite temporale che le contraddistingue.

Il carattere ormai sistematico di tale sospensione sconfina, dunque, in un bilanciamento irragionevole tra libertà sindacale (art. 39, primo comma, Cost.), indissolubilmente connessa con altri valori di rilievo costituzionale e già vincolata da limiti normativi e da controlli contabili penetranti (artt. 47 e 48 del D.Lgs. n. 165 del 2001), ed esigenze di razionale distribuzione delle risorse e controllo della spesa, all’interno di una coerente programmazione finanziaria (art. 81, primo comma, Cost.).

Il sacrificio del diritto fondamentale tutelato dall’art. 39 Cost., proprio per questo, non è più tollerabile: “Solo ora si è palesata appieno la natura strutturale della sospensione della contrattazione e può, pertanto,” – scrivono i giudici costituzionali – “considerarsi verificata la sopravvenuta illegittimità costituzionale, che spiega i suoi effetti a séguito della pubblicazione di questa sentenza”.

La Consulta rivolge, infine, un appello al Governo a modificare al più presto la legislazione: “Rimossi, per il futuro, i limiti che si frappongono allo svolgimento delle procedure negoziali riguardanti la parte economica, sarà compito del legislatore dare nuovo impulso all’ordinaria dialettica contrattuale, scegliendo i modi e le forme che meglio ne rispecchino la natura, disgiunta da ogni vincolo di risultato”.

Dalla sentenza n. 178/2015, dunque, discende la necessità di riaprire la contrattazione nel pubblico impiego che, secondo le ultime stime, interesserebbe più di 3 milioni e 300mila lavoratori. In tal senso, la Consulta conclude confermando che il carattere essenzialmente dinamico e procedurale della contrattazione collettiva non può che essere ridefinito dal legislatore, nel rispetto dei vincoli di spesa, lasciando impregiudicati, per il periodo già trascorso, gli effetti economici derivanti dalla disciplina esaminata.

Corte Costituzionale – Sentenza N. 178/2015

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