Diritto

Azione risarcitoria: decorrenza del termine di prescrizione

Azione risarcitoria: decorrenza del termine di prescrizione
Nel caso in cui la morte del lavoratore non sia configurabile quale sviluppo e conseguenza delle patologie professionali, ma sia conseguenza di patologia del tutto autonoma – essa non rileva ai fini della decorrenza del termine di prescrizione dell’azione risarcitoria nei confronti del datore

Qualora la morte del lavoratore non sia configurabile quale sviluppo e conseguenza delle patologie professionali, ma sia conseguenza di patologia del tutto autonoma, essa non rileva ai fini della decorrenza del termine di prescrizione dell’azione risarcitoria nei confronti del datore. L’azione risarcitoria del lavoratore nei confronti del datore di lavoro – peraltro ancorata, in presenza di tutela previdenziale fruita dal lavoratore, alla ricorrenza di vari presupposti – è soggetta al termine prescrizionale ordinario, che decorre dal momento in cui il lavoratore aveva potuto avere piena consapevolezza della malattia. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6769 del 2 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello di Venezia, confermando la decisione del Tribunale di Vicenza, ha rigettato la domanda proposta dagli eredi di un lavoratore (moglie e figlia) volta ad ottenere – dall’ex datore di lavoro di quest’ultimo – il risarcimento del danno subito in ragione di tecnopatia e poi del decesso. In particolare, la Corte territoriale ha rilevato che la malattia professionale – contratta dal de cuius nel periodo dal 1969 al 1976 – non aveva avuto aggravamento dal 1979, avendo visto stabilizzarsi i relativi postumi, né era stata poi causa del decesso del lavoratore, avvenuto nel 1989, sicché le pretese degli eredi del lavoratore erano prescritte, avendo quest’ultimo consapevolezza della malattia sin dall’anno 1974 (anno di riconoscimento della malattia professionale da parte dell’Inail con costituzione di rendita del 40 e poi del 50%), mentre la richiesta degli eredi era stata effettuata solo nel 2000, ossia undici anni dopo il decesso del lavoratore.

Contro la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione gli eredi del lavoratore, in particolare sostenendo l’erroneità della sentenza per la mancata considerazione dell’efficienza debilitante che la malattia professionale aveva avuto e dunque della rilevanza concausale della stessa nella morte del lavoratore; inoltre, si deduceva l’erroneità della sentenza per avere la stessa trascurato che la morte del lavoratore era una nuova ed autonoma lesione, atta ad interrompere la prescrizione decennale.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dagli eredi del lavoratore. Ad avviso degli Ermellini, la Corte territoriale ha correttamente verificato che la morte del lavoratore è dipesa da cause autonome rispetto alla tecnopatia riconosciuta molti anni prima, le cui patologie sono rimaste immutate e non hanno subito aggravamenti da molti anni prima del decesso del lavoratore. Né assumono rilievo le deduzioni in ordine alla incidenza indiretta delle differenti patologie, per aver indebolito le difese dell’organismo del lavoratore ed inciso sui caratteri della malattia sopravvenuti, accelerandone il decorso verso l’esito letale. Infatti, anche a voler prescindere dalla considerazione dell’assenza di prova circa la produzione, a distanza di molti anni, di un effetto pur indiretto delle tecnopatie, la Suprema Corte rileva che il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l’evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni, sicché va escluso un ruolo concausale della malattia professionale in relazione alla morte verificatesi – come accertato dalle sentenze di merito – molti anni dopo, per patologie del tutto autonome e distinte, in alcun modo ricollegabili alla pregressa tecnopatia.

Ne deriva che nella specie, poiché la morte del lavoratore non è configurabile quale sviluppo e conseguenza delle patologie professionali, ma è conseguenza di patologia del tutto autonoma, essa non rileva ai fini della decorrenza del termine di prescrizione dell’azione risarcitoria nei confronti del datore.

L’azione risarcitoria del lavoratore nei confronti del datore di lavoro – peraltro ancorata, in presenza di tutela previdenziale fruita dal lavoratore, alla ricorrenza di vari presupposti – è soggetta comunque al termine prescrizionale ordinario, che decorre dal momento in cui il lavoratore aveva potuto avere piena consapevolezza della malattia (Sez. L., sentenza n. 19022 dell’11 settembre 2007, secondo cui, in tema di risarcimento del danno subito dal lavoratore per effetto della mancata tutela da parte del datore delle condizioni di lavoro, in violazione degli obblighi imposti dall’art. 2087 cod. civ., la prescrizione – decennale, ove il lavoratore esperisca l’azione contrattuale – decorre dal momento in cui il danno si è manifestato, divenendo oggettivamente percepibile e riconoscibile).

Nel caso di specie, il lavoratore aveva potuto avere piena consapevolezza della malattia (nel caso si tratta del 1974, anno di riconoscimento della rendita da parte dell’Inail). Il termine decennale era quindi già decorso al momento della morte del lavoratore.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Qualora la morte del lavoratore non sia configurabile quale sviluppo e conseguenza delle patologie professionali, ma sia conseguenza di patologia del tutto autonoma, essa non rileva ai fini della decorrenza del termine di prescrizione dell’azione risarcitoria nei confronti del datore. L’azione risarcitoria del lavoratore nei confronti del datore di lavoro – peraltro ancorata, in presenza di tutela previdenziale fruita dal lavoratore, alla ricorrenza di vari presupposti – è soggetta al termine prescrizionale ordinario, che decorre dal momento in cui il lavoratore aveva potuto avere piena consapevolezza della malattia.
Le principali prestazioni previdenziali che la previdenza pubblica assicura ai superstiti del lavoratore o del pensionato sono la pensione di reversibilità, la pensione privilegiata di inabilità e la rendita ai superstiti.
La pensione di reversibilità è il beneficio previdenziale riconosciuto ai superstiti nel caso di morte del lavoratore assicurato o pensionato nell’assicurazione generale obbligatoria. La legge istitutiva della succitata pensione nel settore privato non opera ulteriori distinzioni, mentre è stata la prassi a ulteriormente distinguere fra pensione di reversibilità e pensione indiretta. La prima è quella erogata ai superstiti dopo la morte del pensionato titolare di pensione diretta, ovverosia radicata sulla posizione previdenziale del lavoratore. La seconda è quella erogata ai superstiti alla morte del lavoratore assicurato.
L’evento protetto è costituito da un fatto naturale, la morte, che sopravviene quando si è costituita una situazione giuridica qualificata dalla norma (maturazione dei requisiti di assicurazione e contribuzione per il conseguimento della pensione di invalidità o vecchiaia) o per una causa (finalità di servizio) capace di modificare quella situazione.
Secondo quanto insegnato dalla Corte Costituzionale, la pensione di reversibilità appartenente al più ampio genus delle pensioni ai superstiti, è una forma di tutela previdenziale nella quale l’evento protetto è la morte cioè, un fatto naturale che, secondo una presunzione legislativa, crea una situazione di bisogno per i familiari del defunto, i quali sono i soggetti protetti. L’evoluzione legislativa dell’istituto e la ormai compiuta equiparazione, operata dalla c.d. riforma Dini del 1995, tra settore privato e settore pubblico, porta a concludere che la pensione di reversibilità sia una forma di tutela previdenziale ed uno strumento necessario per il perseguimento dell’interesse della collettività alla liberazione di ogni cittadino dal bisogno ed alla garanzia di quelle minime condizioni economiche e sociali che consentono l’effettivo godimento di diritti civili e politici, con una riserva, costituzionalmente riconosciuta, a favore del lavoratore, di un trattamento preferenziale rispetto alla generalità dei cittadini.
Il diritto alla pensione di reversibilità sorto in capo ai superstiti, previa ovviamente la verifica dell’esistenza dei requisiti legislativamente previsti, è un diritto che spetta automaticamente per legge iure proprio, che non è in connessione alcuna con la posizione riconosciuta ai medesimi soggetti quali eredi del defunto, con la conseguenza pertanto che quello spetterà anche in presenza di rinuncia all’eredità. La pensione ai superstiti decorre dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è avvenuto il decesso dell’assicurato o del pensionato, qualunque sia il momento della presentazione della domanda da parte degli aventi diritto; domanda sempre necessaria e la cui tardiva presentazione, stante l’imprescrittibilità del diritto a pensione, agirà sulla prescrizione, quinquennale, dei ratei di pensione.
Il riconoscimento di una pensione privilegiata indiretta di inabilità, invece, è esclusivamente riconosciuto in favore dei superstiti dei lavoratori iscritti all’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità la vecchiaia e i superstiti dei lavoratori dipendenti, con esclusione pertanto, in via generale, dalla platea dei beneficiari di tutti quei superstiti di lavoratori iscritti alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, nonché di lavoratori iscritti a regimi esonerativi ed esclusivi della precitata assicurazione.
La categoria dei superstiti, possibili beneficiari, è individuata con il rinvio ad una legge del 1965 che menziona il coniuge, i figli superstiti, i genitori superstiti di età superiore a 65 anni, i fratelli celibi e le sorelle nubili superstiti. La pensione privilegiata indiretta di inabilità ai citati soggetti è riconosciuta solo previa verifica di esistenza dei seguenti requisiti:

  • il primo riguardante il defunto, la morte dell’iscritto deve risultare in rapporto causale diretto con finalità di servizio;
  • il secondo riguardante i beneficiari della prestazione, in forza del quale a costoro, dalla morte dell’iscritto, non deve essere riconosciuto il diritto a rendita a carico dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, o il diritto a trattamenti a carattere continuativo di natura previdenziale o assistenziale a carico dello Stato o di altri enti pubblici.

Infine, ulteriore beneficio ai superstiti è riconosciuto dal testo unico che disciplina l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
Il legislatore prevede, se dall’infortunio del lavoratore consegua la morte del medesimo, la nascita in favore dei superstiti di una rendita. La categoria dei beneficiari è costituita, come dalla stessa norma previsto:

  • dal coniuge superstite fino alla morte o a nuovo matrimonio;
  • dal figlio legittimo, naturale, riconosciuto o riconoscibile, e adottivo, fino al raggiungimento del 18° anno di età;
  • in mancanza di coniuge e figlio:
    1) dagli ascendenti e dai genitori adottanti se viventi e a carico del defunto e fino alla loro morte;
    2) dai fratelli e dalle sorelle se conviventi con il lavorato infortunato e a suo carico, nei limiti e nelle condizioni stabiliti per i figli.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 6769/2015

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