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Aziende e smart working: così si risparmiano 10 miliardi

Ricerca del politecnico di Milano: con telelavoro, flessibilità e dispositivi mobili la produttività cresce per un valore di 27 miliardi
Ricerca del politecnico di Milano: con telelavoro, flessibilità e dispositivi mobili la produttività cresce per un valore di 27 miliardi

Se siete e imprenditori e ancora non avete confidenza con la parola “smart working”, sarà meglio che vi aggiorniate: tradotti in denaro i due termini significano 27 miliardi in più di produttività e 10 miliardi in meno di costi fissi. Questi, almeno, sono i numeri della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, presentata martedì al convegno “Smart Working: la competitività passa da qui!”, nell’ateneo milanese.

Prima di arrivare ai soldi, però, le aziende devono passare dal via, che in questo caso significa telelavoro, uso di dispositivi mobili per la comunicazione e flessibilità degli orari. Un incontro che renderebbe i lavoratori più soddisfatti e le imprese più efficienti. Dall’alba di Internet si è iniziato a parlare di lavoro a distanza, come se potesse diffondersi epidemicamente nel mondo allo stesso ritmo con cui crescevano gli utenti del web. A che punto siamo? Inutile dire che le previsioni più entusiaste sono state smentite, in Italia più che altrove.

Alla base del gap italiano rispetto agli altri Paesi europei nella diffusione del telelavoro, vi è una normativa pesante e restrittiva, una visione miope e rigida nelle relazioni industriali e una cultura del lavoro pesantemente gerarchica – afferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio della School Of Management dedicato alla materia – Inoltre, nel percorso d’innovazione organizzativa, l’Italia sembra frenata dalla grande presenza di imprese medio-piccole con modelli di lavoro ancora molto tradizionali”.

Risultato, l’Italia appare in ritardo: riguardo al telelavoro si posiziona al venticinquesimo posto su 27 Nazioni europee nell’ultima classifica UE (2005), ma ancora oggi, mentre il resto d’Europa risale la china (in Norvegia, dal 2003 al 2007, sono raddoppiate le aziende che permettono il telelavoro) il nostro Paese non si muove. Nel 2013 la percentuale dei telelavoratori per più di un quarto del loro tempo lavorativo è pari a un modesto 6,1%. Tuttavia, si legge nei risultati della ricerca del Politecnico, si nota un primo cambio di tendenza: nell’ultimo anno la percentuale del lavoro a distanza almeno occasionale è aumentata dell’8%, passando dal 17% del 2012 al 25% nel 2013.

Eppure, i benefici della riorganizzazione in senso “smart” delle aziende dovrebbero essere chiari: oltre a vantaggi economici societari, la riduzione degli spostamenti dei lavoratori può produrre risparmi per i cittadini pari a circa 4 miliardi di euro (circa 550 euro per lavoratore all’anno) e a una riduzione di emissioni di CO2 pari a circa 1,5 milioni di tonnellate l’anno.

I casi di successo – ha spiegato Corso – dimostrano come nuovi approcci organizzativi possano contribuire a creare un ambiente di lavoro efficace per le imprese e al tempo stesso per i lavoratori e per la società nel complesso”. E alcuni di questi casi di successo sono stati premiati nell’ambito dell’iniziativa milanese, con gli Smart Working Awards. Sul podio sono saliti Mars Italia e Tetrapak, e Barilla ha ricevuto una menzione speciale.

Tutti hanno riorganizzato, o stanno riorganizzando, spazi di lavoro e orari, sempre più modellati a misura dei lavoratori senza deprimere, però, l’operatività. L’azienda produttrice di pasta, al centro di una feroce polemica per il presunto “tradizionalismo” dei suoi messaggi pubblicitari, si trova invece in prima fila sul fronte dell’innovazione, con progetti pilota in molte sue filiali in Svizzera, Italia e Francia.

Forse è più facile per i grandi che per i piccoli, ma secondo la School of management è questo l’esempio da seguire. Nelle PMI, italiane, invece, la flessibilità nell’orario di lavoro risulta applicata nel 25% delle imprese, ma offerta a tutti i dipendenti solo nel 10% dei casi. I numeri della ricerca raccontano anche un telelavoro presente nel 20% delle imprese, ma disponibile a tutti i dipendenti in meno del 2% dei casi.

Nelle grandi aziende italiane la diffusione della flessibilità nell’orario di lavoro è circa il triplo delle PMI, quella del telelavoro doppia, per non parlare della creatività sugli spazi di lavoro: una su due imprese di grandi dimensioni “ha in atto iniziative di riprogettazione degli edifici con la creazione di ambienti maggiormente aperti, flessibili e orientati alla collaborazione e al benessere delle persone (aree destinate alla collaborazione, open space, postazioni non riservate alle singole persone e/o riconfigurabili, aree di relax)”. In tempi di crisi tutto ciò sembra un lusso e richiede qualche investimento, ma è proprio vero? Ci sono soluzioni abbordabili, come l’uso di smartphone e applicazioni personali anche sul lavoro.

Aumentano, infatti, le grandi aziende nostrane che consentono ai loro dipendenti di usare dispositivi personali per attività lavorative, e alcune ricerche prevedono si passerà dall’attuale 23% al 33% nel 2015. Quelle che consentiranno l’adozione di applicazioni personali per lavorare, invece, saranno il 26% nel 2015, rispetto al 15% attuale.

Il fatto è che le tecnologie messe a disposizione negli uffici soffrono sempre più di obsolescenza, tanto che il 92% dei lavoratori dichiara di non esserne soddisfatto e il 64% ritiene di avere device personali migliori. Inoltre, il 40% dei lavoratori fa uso di strumenti consumer come Voice/Video Communication (57%) e Social Network (70%) per supportare le esigenze professionali, poiché ritiene che gli strumenti a disposizione non consentano di accedere velocemente alle informazioni o di comunicare in modo efficace. Insomma, in qualche caso, sembrano dirci i risultati di questa ricerca, c’è poco da inventare e molto da sfruttare così com’è. Si tratta solo, si fa per dire, di adeguarsi alla novità.

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