Diritto

Avviso di accertamento, prima di 60 giorni dal PVC se il contribuente è pericoloso

Avviso di accertamento, prima di 60 giorni dal PVC se il contribuente è pericoloso
L’accertamento nei confronti del contribuente sospettato di aver commesso un reato tributario è valido anche se emanato prima della scadenza dei 60 giorni dal rilascio del PVC: il motivo d’urgenza consiste nel pericolo di non poter più recuperare l’imposta e di accrescere il debito con il fisco

L’accertamento nei confronti del contribuente sospettato di aver commesso un reato tributario è valido anche se emanato prima della scadenza dei 60 giorni dal rilascio del PVC: il motivo d’urgenza consiste nel pericolo di non poter più recuperare l’imposta e di accrescere il debito con il fisco. A fornire questo rigoroso principio è la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14287 depositata il 24 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia con la quale, accolto l’appello di un contribuente contro la decisione di quella provinciale, l’opposizione del medesimo, relativa all’avviso di accertamento inerente all’Irpef, Irap ed Iva per il 1999, veniva ritenuta fondata. In particolare il giudice di secondo grado rilevava che l’atto impositivo era stato avviato alla notificazione sette giorni dopo che la Guardia di Finanza, al termine della verifica, aveva consegnato al contribuente copia del relativo verbale di constatazione con le varie infrazioni rilevate, sicchè il termine di sessanta giorni previsti per eventuali contestazioni prima dell’accertamento, non era stato osservato, senza che le ragioni di urgenza, connesse alla ravvicinata decadenza per l’emissione dell’avviso, fossero state indicate.

Il contribuente, di origine albanese; con residenza anagrafica in Svizzera; cittadinanza americana; sposato in Italia, e in concreto residente vicino Milano, operava nel settore di compravendita di barche di grosse dimensioni; era amministratore di varie società; intratteneva rapporti con enti societari considerati fantasma, e con sede nelle Isole Vergini Britanniche; era titolare di diversi conti correnti bancari con numerosissime operazioni attive e passive. Si trattava di rilevanti volumi di affari realizzati, per i quali l’interessato aveva omesso di presentare addirittura la relativa dichiarazione dei redditi.

Nel ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate deduce che il giudice non avrebbe potuto pronunciare l’annullamento dell’avviso di accertamento, emesso con carattere di urgenza subito dopo che la polizia tributaria aveva trasmesso il relativo verbale, e il termine del 31.12. 2007 per la possibilità della sua levata sarebbe scaduto quasi nell’immediatezza da lì a pochi giorni, pena la decadenza.
Si trattava del resto di ragione implicita nell’atto, atteso che il contribuente era in possesso di copia del verbale dei verificatori, e doveva sapere, o comunque ne era in grado, che a giorni altrimenti si sarebbe determinata la decadenza per l’Agenzia. Del resto si trattava di atto a contenuto vincolato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Suprema Corte accoglie il ricorso. Vero è che in virtù dell’art. 37, comma 24 D.L. n. 223/06, convertito dalla L. n. 248/06 in caso di riscontro di ipotesi di reati finanziari nel corso di verifiche o di accessi, il termine per l’accertamento è raddoppiato. Tuttavia, nel caso concreto, si trattava in realtà di un’evidente situazione di un eventuale pericolo di perdita del credito fiscale, oltre che soprattutto di pericolosità sotto il profilo tributario, tanto che lo stesso giudice di appello riconosceva nei confronti dell’inciso ipotesi di “(…) omessa dichiarazione dei redditi; contrabbando aggravato; trasferimento fraudolento di valori, tutta attività portata avanti per diversi anni con impiego di notevoli risorse economiche e umane (pedinamenti e intercettazioni telefoniche)” a carico dell’appellante, giusta addirittura tre procedimenti penali instaurati. Orbene, di fronte a tale quadro di risultanze processuali l’urgenza dell’atto impositivo in argomento si profilava di tutta evidenza anche allo scopo di infrenare per tal verso una condotta che appariva di patente e grave violazione continuata degli obblighi fiscali, ove si consideri che per il solo anno d’imposta di che trattasi l’imponibile sottratto ad imposizione sarebbe ammontato addirittura a lire 74.548.296.123. Com’è ormai noto, in materia di garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, la notifica dell’avviso di accertamento prima dello spirare del termine previsto dall’art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212, ne determina l’illegittimità, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, riferite al contribuente ed al rapporto tributario controverso, il cui onere probatorio grava sull’amministrazione finanziaria, mentre tutti tali elementi di pericolosità sotto il profilo fiscale risultavano addotti ed acquisiti al processo, tanto che la stessa CTR ne prendeva e dava atto nel definire il giudizio con la decisione gravata dall’amministrazione.

Peraltro in tema di avviso di accertamento, l’esonero dall’osservanza del termine di sessanta giorni dal rilascio al contribuente della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, previsto dall’art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212, opera in presenza del requisito dell’urgenza per l’emissione dell’atto, anche se in questo non sia enunciato il fatto determinativo dell’urgenza stessa, poiché, a norma dell’art. 7 della legge citata, l’obbligo di motivazione si riferisce esclusivamente alle ragioni della pretesa tributaria, ma non anche ai tempi di emanazione dei provvedimenti impositivi o alle regole procedimentali (V. pure Cass. 13/07/2012, n. 21103 del 2011).

In definitiva, la Suprema Corte accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 14287/2014

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