Diritto

Atto impositivo nullo se le doglianze del contribuente non sono valutate

Atto impositivo nullo se le doglianze del contribuente non sono valutate
In base allo Statuto del contribuente, l’ufficio finanziario ha l’obbligo di indicare, nell’ambito delle motivazioni dell’atto di accertamento, se e in quale misura le osservazioni e le richieste del contribuente hanno avuto effetti sulla decisione adottata o le ragioni per le quali le stesse sono risultate irrilevanti agli stessi fini

Il contribuente, indipendentemente dalle modalità di espletamento della verifica a cui è sottoposto, è sempre interessato a conoscere il contenuto delle contestazioni sia nell’an sia nel quantum, per mezzo del verbale di constatazione ancor prima della notifica dell’avviso di accertamento, posto che tale atto origina diritti ed interessi ritenuti meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento. È quanto ha affermato la Sezione II° della Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, con la sentenza n. 460/2 del 24 ottobre 2014, che – in linea con quanto stabilito da altro Collegio di merito (CTR Lombardia, sentenza 27 giugno 2014, n. 3467), secondo cui “all’assenza di valutazione da parte degli uffici delle osservazioni del contribuente è equiparabile il rigetto delle stesse con clausole di mero stile e, cioè, con formule di rito che formalmente fanno riferimento alle memorie difensive ma che, nella sostanza, evitano all’ufficio di confrontarsi nel merito delle osservazioni formulate dal contribuente”, ha ritenuto che nel caso di specie, la mancanza di una adeguata valutazione circa le osservazioni determina – anche in assenza di una espressa previsione di legge – la illegittimità dell’atto impositivo, sotto il profilo della compiutezza e sufficienza della motivazione.

In particolare, la Commissione Provinciale trattando di un ricorso avanzato per contestare l’istruttoria dell’Ufficio in relazione al possesso di diversi elementi indicativi di capacità contributiva a fronte di bassi redditi dichiarati (volgarmente redditometro), ha anche affermato come allegare che il legislatore avrebbe limitato il diritto del contribuente a contraddire dopo la chiusura della verifica e prima dell’emissione dell’avviso di accertamento alla sola ipotesi della verifica presso la propria sede non appare fondato sul piano della razionalità. Ed infatti, secondo la tesi restrittiva allegata dall’Ufficio non sussisteva l’obbligo di redazione del processo verbale di chiusura delle operazioni per ogni accesso, ispezione o verifica, qualsiasi sia il luogo di esecuzione, ma solo qualora il luogo di esecuzione sia la sede ove il contribuente esercita la propria attività.

Giova ricordare a tal proposito, che il diritto del contribuente ad essere sentito prima dell’emissione dell’atto impositivo è altresì statuito dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia UE nella nota sentenza della sezione XI del 18 dicembre 2008, C-349/07, e tale principio è stato riaffermato dalla recentissima sentenza di eccezionale importanza emessa dalla Corte di Giustizia UE in data 3 luglio 2014 nelle cause riunite C-12913 e C-13013.
Va evidenziato, poi, che la Suprema Corte con l’ordinanza 2 luglio 2014, n. 15010, perviene alla conclusione che il termine di cui all’art. 12, comma 7, decorra da qualsiasi verbale, anche se non formalmente denominato PVC. Secondo il Giudice di legittimità, l’impiego di una locuzione generica come verbale di chiusura delle operazioni, contenuta nell’art. 12, legge n. 212/2000 comprenderebbe tutte le possibili tipologie di verbali che concludano le operazioni di accesso, verifica a tavolino o ispezione nei locali, indipendentemente dal loro contenuto.

Sulla stessa linea interpretativa di tali decisioni, la CTP di Reggio Emilia, con la sentenza in commento, in pratica considera nullo l’atto impositivo per mancata valutazione delle doglianze del contribuente.

CTP Reggio Emilia – Sentenza N. 460/02/2014

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