Diritto

L’atto di autotutela è impugnabile

L’atto di autotutela è impugnabile
Nonostante l’atto di autotutela non rientri tra il novero degli atti impugnabili previsti dall’art. 19, D.Lgs. n. 546/1992, tuttavia lo stesso è impugnabile. Ed infatti, l’elenco degli atti contenuto nell’art. 19, avverso i quali è possibile proporre ricorso innanzi alle Commissioni Tributarie, non è tassativo, con la conseguenza che si devono ritenere impugnabili tutti gli atti contenenti la manifestazione di una compiuta e definita pretesa tributaria

Nonostante l’atto di autotutela non rientri tra il novero degli atti impugnabili previsti dall’art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992, tuttavia lo stesso è impugnabile. Ed infatti, l’elenco degli atti contenuto nell’art. 19, avverso i quali è possibile proporre ricorso innanzi alle Commissioni Tributarie, non è tassativo, con la conseguenza che si devono ritenere impugnabili tutti gli atti contenenti la manifestazione di una compiuta e definita pretesa tributaria. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14243 dell’8 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale del Veneto dichiarava inammissibile l’appello proposto da una S.r.l. avverso la decisione del giudice di primo grado che aveva confermato la legittimità di un avviso di irrogazioni sanzioni emesso a seguito di una ispezione Inps, per l’impiego di due lavoratori subordinati non iscritti nei libri obbligatori.

La CTR dichiarava l’inammissibilità dell’appello e del ricorso introduttivo in quanto l’atto di irrogazione delle sanzioni era divenuto definitivo e la cartella esattoriale, a seguito di istanza di autotutela, riproduceva l’importo ricalcolato dall’Amministrazione finanziaria.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società eccependo, in particolar modo, il difetto di giurisdizione del giudice tributario nonché la violazione degli artt. 18, 19, commi 1 e 3, 21 del D.Lgs. n. 546/1992 in relazione alla non impugnabilità dell’atto di autotutela innanzi alle Commissioni Tributarie.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto in parte il ricorso presentato dalla società. In merito alla doglianza relativa all’inammissibilità del ricorso avverso l’atto di autotutela in quanto non ricompreso nell’esplicito novero degli atti impugnabili avanti la Commissione Tributaria, la Suprema Corte ricorda che, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 130 del 2008, con cui è stata dichiarata la illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 2 (come sostituito dalla L. n. 448 del 2001, art. 12, comma 2) nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative a tutte le sanzioni irrogate dagli Uffici finanziari, anche quando conseguano a violazione di disposizioni non aventi natura fiscale (quali quelle in esame), la presente controversia appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario (Cass. S.U. 15846/2008).
Tuttavia la pronuncia del giudice delle legge non può incidere su una situazione già esaurita, quale – nella specie – il giudicato implicito sulla giurisdizione formatosi a seguito della mancata deduzione sia in primo grado che in appello della carenza di giurisdizione del giudice tributario.
L’interpretazione dell’art. 37 cod. proc. civ., secondo cui il difetto di giurisdizione “è rilevato, anche d’ufficio, in qualunque stato e grado del processo”, deve tenere conto dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo.

Gli Ermellini hanno invece accolto le doglianze della società nella parte in cui censura la decisione della CTR per avere ritenuto inammissibile il ricorso avverso l’atto di autotutela in quanto non ricompreso nell’esplicito novero degli atti impugnabili avanti la Commissione Tributaria.
L’esercizio del potere di autotutela in materia tributaria attraverso l’annullamento parziale di un avviso impositivo, non preclude al contribuente, ancorchè l’originario provvedimento fosse già definitivo, la possibilità di impugnare, nei termini di legge, il provvedimento emesso in autotutela, privandosi altrimenti il contribuente della possibilità di difesa relativamente a tale atto, ancorchè riduttivo della originaria pretesa.
L’elencazione degli atti impugnabili davanti al giudice tributario, di cui all’art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, non esclude, inoltre l’impugnabilità di atti non compresi in tale novero ma contenenti la manifestazione di una compiuta e definita pretesa tributaria, come nel caso di provvedimento in autotutela (Cass. n. 21045/2007).

L’elencazione degli “atti impugnabili”, contenuta nell’art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, tenuto conto dell’allargamento della giurisdizione tributaria operato con la legge n. 448 del 2001, deve essere interpretata alla luce delle norme costituzionali di buon andamento della P.A. (art. 97 Cost.) e di tutela del contribuente (art. 24 e 53 Cost.), riconoscendo la impugnabilità davanti al giudice tributario di tutti gli atti adottati dall’ente impositore che portino, comunque, a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria, con l’esplicitazione delle concrete ragioni (fattuali e giuridiche) che la sorreggono.
L'”aver consentito l’accesso al contenzioso tributario in ogni controversia avente ad oggetto tributi, comporta (…) la possibilità per il contribuente di rivolgersi al giudice tributario ogni qual volta la Amministrazione manifesti la convinzione che il rapporto tributario (o relativo a sanzioni tributarie) debba essere regolato in termini che il contribuente ritenga di contestare (in assenza di simile manifestazione di volontà espressa o tacita non sussisterebbe l’interesse del ricorrente ad agire in giudizio ex art. 100 c.p.c.)” (Cass. SS.UU., n. 16676/2005).

Va, quindi, riconosciuta la possibilità di ricorrere alla tutela del giudice tributario avverso tutti gli atti adottati dall’ente impositore anche in caso di provvedimenti adottati in autotutela che, con l’esplicazione delle concrete ragioni (fattuali e giuridiche) che la sorreggono, porti comunque a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria, essendo legittimato ad invocare una tutela giurisdizionale – ormai, allo stato, esclusiva del giudice tributario – comunque di controllo della legittimità sostanziale della pretesa impositiva e/o dei connessi accessori vantati dall’ente pubblico (Cass., SS.UU., n. 7388/2007), tutela che altrimenti, non potrebbe mai più invocare in quanto non consegue alcun ulteriore atto impositivo a seguito dal provvedimento di autotutela e, pena, quindi, la violazione del diritto di difesa, si deve riconoscere la ricorribilità di provvedimenti davanti al giudice tributario ogni qual volta vi sia un collegamento tra atti della Amministrazione e rapporto tributario, ove tali provvedimenti siano idonei ad incidere sul rapporto tributario. Pertanto, nonostante l’elencazione degli atti impugnabili, contenuta nell’art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, il contribuente può impugnare anche atti diversi da quelli contenuti in detto elenco, purché espressione di una compiuta pretesa tributaria, quale il provvedimento di autotutela.

Ne consegue, sul punto, l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 14243/2015

Potrebbe anche interessarti: Il rifiuto di ritirare in autotutela l’atto impositivo non è impugnabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *