Diritto

Assunzione di dipendenti esperti dai competitor: può essere concorrenza sleale

Assunzione di dipendenti esperti dai competitor: può essere concorrenza sleale
L’assunzione di dipendente di altrui azienda, con finalità speculative, ovvero, allo scopo di carpire tecniche e modalità produttive rivolto ad impedire al concorrente di continuare a competere integra una condotta sleale

L’assunzione di dipendente di altrui azienda, con finalità speculative, ovvero, allo scopo di carpire tecniche e modalità produttive rivolto ad impedire al concorrente di continuare a competere integra una condotta sleale.

IL CASO

La fattispecie al centro della controversia in esame riguarda due società a responsabilità limitata che producevano prodotti similari.

In particolare, la prima instaurava un giudizio nei confronti della seconda affinché fosse accertata e dichiarata la condotta sleale della concorrente con conseguente condanna al risarcimento dei danni.

Infatti, lamentava che la concorrente avesse realizzato atti non conformi ai principi della correttezza professionale, idonei a recare danno all’azienda attrice ai sensi dell’art. 2598 n. 3 c.c., in quanto aveva illecitamente acquisito ed utilizzato notizie destinate a rimanere riservate sulla composizione dei prodotti della ditta concorrente, sui fornitori e sui procedimenti produttivi, e dispose di conseguenza la inibitoria di tali condotte pregiudizievole.

Il giudice di primo grado, con sentenza confermata nel successivo grado di appello, rilevava la condotta sleale (ossia, nella specie, gli atti finalizzati ad acquisire informazioni riservate) e, pertanto, condannava la convenuta a risarcire i danni da liquidarsi in separato giudizio.

LA PROVA DELLA CONCORRENZA SLEALE

È opportuno ricordare che l’art. 2600 c.c. stabilisce una presunzione relativa di colpa a carico di chi ha posto in essere un atto di concorrenza sleale. Di conseguenza, è compito dell’imprenditore dimostrare l’assenza di dolo e colpa, realizzandosi in tale caso un’inversione legale dell’onere della prova.

Tuttavia, dalla presunzione di colpa, una volta accertata la condotta, non deriva necessariamente l’esistenza del danno.

Infatti, mentre la colpa riguarda l’elemento soggettivo ed è relativa alla condotta, il danno riguarda l’evento, per il quale deve essere valutato il nesso di causalità rispetto alla condotta. In altre parole, si può procedere alla quantificazione del danno ed alla liquidazione del risarcimento solo dopo avere dimostrato il collegamento tra la condotta, che si presume colposa, ed il pregiudizio ingiusto.

Varie pronunce di legittimità (da ultimo cfr. Cass. n. 3478/2009) hanno affermato che sempre in materia di repressione degli atti di confusione realizzati per mezzo di fatti specifici di concorrenza sleale, secondo l’art. 2598 c.c., ai fini della pronuncia di una condanna generica al risarcimento dei danni non sia necessario che un danno sia stato già prodotto in relazione ad una attività concorrenziale in atto, ma si rivela invece sufficiente soltanto una situazione di concorrenza potenziale.

Tale presunzione è tuttavia esclusa nella controversia in specie laddove erano stati accertati elementi che non dimostravano un presunto danno.

Si ribadisce dunque che in materia di concorrenza sleale il danno deve essere comunque provato in base alle regole generali, mentre, solo successivamente all’acquisizione della prova dell’esistenza di un danno e del nesso di causalità tra tale danno e la condotta accertata, si può procedere alla quantificazione del risarcimento in una somma equitativamente determinata dal giudice, secondo il disposto di cui all’art. 1226 c.c., nell’impossibilità di fornire una prova più precisa dell’ammontare del pregiudizio patito.

COSA SI INTENDE PER CONCORRENZA SLEALE?

Nella sentenza in commento, la Cassazione precisa come costituisca concorrenza sleale a norma dell’art. 2598, n. 3, cod. civ. l’assunzione di dipendenti altrui o la ricerca della loro collaborazione non tanto per la capacità dei medesimi, ma per la utilizzazione, altrimenti impossibile o vietata, delle conoscenze tecniche usate presso altra impresa, compiuta con “animus nocendi“, ossia con un atto direttamente ed immediatamente rivolto ad impedire al concorrente di continuare a competere, data l’esclusività di quelle nozioni tecniche e delle relative professionalità che le rendono praticabili, in modo da saltare il costo dell’investimento in ricerca ed in esperienza (si vedano in proposito Cass. 9386/2012; Cass. 13424/2008).

L’ASSUNZIONE DEL DIPENDENTE DI UN’AZIENDA CONCORRENTE E’ CONDOTTA SLEALE

Inoltre la Cassazione ha riconosciuto quale condotta sleale quella rivolta a sottrarre segreti di ricette e/o processi produttivi ed anche l’acquisizione e diffusione di notizie che, anche se non sono qualificabili come veri e propri segreti, l’azienda decide di mantenere riservate.

In particolare, nella fattispecie, la condotta sleale era stata individuata in una serie di attività (assunzione di dipendente della concorrente che, era stato accertato, aveva trasferito informazioni riservate relative a ricette, ingredienti e modalità produttive) dirette a sottrarre informazioni non coperte da segreto ma costituenti nozioni capaci di connotare il ciclo produttivo, la qualità ed il prodotto, quindi, per loro natura costituenti elemento caratterizzante e essenziale per l’azienda.

Infatti, considerando che le nozioni tecniche e le relative professionalità possedute dal dipendente erano esclusive, l’azienda nell’assumerlo – come evidenziato dalla giurisprudenza su indicata – evita il costo dell’investimento in ricerca ed in esperienza, e, allo stesso tempo, priva l’azienda concorrente della ricerca e dell’esperienza di quel dipendente, alterando notevolmente la correttezza della competizione.

La qualificazione dell’assunzione di quel dipendente come concorrenza sleale non è superata dalla circostanza che il prodotto sia di uso comune o ampiamente diffuso.

Ciò infatti, come sottolinea la Cassazione, non costituisce scusante o attenuante della condotta volta a carpire notizie coperte da segreto.

Invero, la fattispecie cui si riferisce il n. 3 dell’art. 2598 c.c., riguarda la condotta esplicativa di un atto di scorrettezza professionale indipendentemente da ogni altra valutazione sul prodotto.

Pertanto, eventi lesivi del prodotto, dei segni distintivi o attività volte alla mera denigrazione, sono esplicitamente menzionati nei punti 1 e 2 del medesimo art. 2598 c.c.

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