Diritto

Appalti e interposizione illecita di manodopera: la prova al lavoratore

Appalti e interposizione illecita di manodopera
In tema di interposizione illecita di manodopera nella prestazioni di lavoro, il lavoratore ha l’onere di provare la sussistenza di elementi idonei a dimostrare l’assenza di autonomia organizzativa e gestionale tra appaltante e appaltatore (es. impiego da parte dell’appaltatore di capitali, macchine o attrezzature fornite dall’appaltante) e che l’appaltatore medesimo è un imprenditore solo apparente

In tema di interposizione illecita di manodopera nella prestazioni di lavoro, il lavoratore ha l’onere di provare la sussistenza di elementi idonei a dimostrare l’assenza di autonomia organizzativa e gestionale tra appaltante e appaltatore (es. impiego da parte dell’appaltatore di capitali, macchine o attrezzature fornite dall’appaltante) e che l’appaltatore medesimo è un imprenditore solo apparente.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5568 dell’11 marzo 2014.

IL FATTO

Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma respingeva il gravame svolto da un lavoratore avverso la sentenza impugnata che aveva rigettato la domanda intesa all’accertamento del rapporto di lavoro subordinato intercorso con una S.p.A., alla declaratoria di illegittimità del licenziamento asseritamente intimato dalla medesima società nonchè alla condanna della società al pagamento delle differenze retributive.

Il lavoratore aveva in particolare lamentato, con il gravame, il mancato espletamento della prova testimoniale dedotta al fine di dimostrare di avere svolto, con vincolo di subordinazione, l’attività di autista addetto al trasporto e alla consegna di merci della società.

La Corte territoriale, all’esito della espletata prova orale, riteneva non emerso, nell’attività di trasporto e consegna di prodotti della S.p.A. pacificamente espletata dal lavoratore, l’assoggettamento al potere organizzativo, direttivo e disciplinare della società. Escludeva, inoltre, che, per il tramite dei concessionari per la distribuzione dei prodotti della società medesima, si fosse realizzata un’illecita interposizione di manodopera, in difetto di allegazione e prova degli elementi idonei a dimostrare l’operato dei predetti concessionari in assenza di autonomia organizzativa e gestionale.

In definitiva per la Corte del gravame, anche in considerazione delle risultanze dell’interrogatorio libero del lavoratore (sulle direttive date dagli “intermediari” e sulla remunerazione, pur data dai predetti “intermediari”, con compenso calcolato a percentuale e mai fisso), e in difetto di prova che gli intermediari (appaltatori) agissero in nome e per conto della società (appaltante), il rapporto con l’autista doveva ritenersi instaurato direttamente con il concessionario (appaltatore) e ad esso era estranea la società.

Avverso tale decisione il lavoratore proponeva ricorso in cassazione.

Con i motivi del ricorso, il lavoratore lamentava l’esclusione da parte della Corte di merito dell’esistenza di un’intermediazione vietata, in base al rilievo che la prestazione era pagata dagli intermediari (i concessionari della distribuzione) e che il rapporto di lavoro (peraltro solo in alcuni periodi formalizzato come lavoro dipendente alle dipendenze della società e svoltosi, per il resto, in nero) doveva imputarsi alle persone degli intermediari succedutisi in un arco di sedici anni; per il ricorrente la Corte avrebbe, inoltre, omesso di applicare la presunzione di appalto illecito e di considerare le relative circostanze di fatto a fondamento della suddetta presunzione; avrebbe, poi, erroneamente posto a suo carico l’onere di provare la circostanza negativa che gli intermediari non avessero un’organizzazione autonoma e non agissero a proprio rischio; avrebbe, ancora, dato rilevanza decisiva alla testimonianza dell’ultimo degli intermediari, autore del licenziamento ritorsivo; avrebbe omesso, infine, di considerare tutte le emergenze documentali che riconducevano la prestazione lavorativa alla società appaltante, e non tenuto conto dell’utilizzo di macchine ed attrezzature e locali di proprietà della società medesima.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La Suprema Corte chiarisce innanzitutto che in tema di interposizione illecita nelle prestazioni di lavoro, l’accertamento dei presupposti per l’esistenza di un appalto vietato rientra nei compiti del giudice del merito ed è, perciò, incensurabile in cassazione se adeguatamente motivata.

La Corte di merito ha correttamente fondato il proprio convincimento sulla compiuta valutazione delle modalità di svolgimento dell’attività del lavoratore, accertando la totale assenza sia degli elementi tipici della subordinazione (“non è emerso l’assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare della società”) sia dei requisiti per ritenere sussistente un’interposizione illecita di manodopera.

In particolare, quanto alla dedotta interposizione illecita di manodopera, non è stato adeguatamente censurato il decisum della Corte di merito, fondato sul difetto di allegazione e prova degli elementi idonei a dimostrare l’assenza di autonomia organizzativa e gestionale. Continuano gli ermellini affermando che l’appalto di mere prestazioni di lavoro costituisce una fattispecie complessa caratterizzata dalla presenza di un primo rapporto fra colui che conferisce l’incarico ed usufruisce in concreto delle prestazioni del lavoratore (appaltante, committente o interponente) e colui che riceve l’incarico e retribuisce il lavoratore (appaltatore, intermediario o interposto) e di un secondo rapporto fra l’intermediario ed il lavoratore; pertanto quest’ultimo per poter venir dichiarato dipendente del committente ha l’onere di allegare e dimostrare innanzitutto l’esistenza del rapporto fra questi e l’asserito intermediario, e inoltre, alla stregua della presunzione assoluta stabilita dalla legge (impiego da parte dell’appaltatore di capitali, macchine o attrezzature fornite dall’appaltante) o in base alle normali regole di prova, che l’intermediario è un imprenditore solo apparente, restando escluso che al fine sopraindicato possa prescindersi da entrambe le menzionate allegazioni e prove, dando solo la (pur necessaria) dimostrazione che l’asserito interposto ha messo a disposizione dell’interponente le energie lavorative del lavoratore medesimo.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 5568/2014

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