Diritto

Anti-economicità a prova di Fisco

Se il fisco contesta l’anti-economicità di una spesa che non viene ammessa in deduzione, deve allegare i motivi per i quali la stessa non risulta inerente. Se, invece, l’amministrazione riduce l’ammontare della spesa deducibile – sempre perché ritenuta anti-economica – si è nel campo delle presunzioni semplici, con onere probatorio che ricade sull’Agenzia delle Entrate.

Se il Fisco contesta l'anti-economicità di una spesa che non viene ammessa in deduzione, deve allegare i motivi per i quali la stessa non risulta inerente, se invece riduce l'ammontare della spesa deducibile – sempre perché ritenuta anti-economica – si è nel campo delle presunzioni semplici, con onere probatorio che ricade sull'agenzia delle Entrate
Se il fisco contesta l’anti-economicità di una spesa che non viene ammessa in deduzione, deve allegare i motivi per i quali la stessa non risulta inerente, se invece riduce l’ammontare della spesa deducibile – sempre perché ritenuta anti-economica – si è nel campo delle presunzioni semplici, con onere probatorio che ricade sull’Agenzia delle Entrate

Risultano questi i principi fondamentali che derivano da un’esemplare sentenza della Commissione tributaria di Reggio Emilia (n. 93/02/13, depositata il 28 maggio scorso) in tema di anti-economicità dei componenti reddituali. Vicenda che è di grande interesse, visto che sono numerosissime le rettifiche eseguite dall’amministrazione fondate sulla presunta anti-economicità di alcune spese (ad esempio: i compensi degli amministratori) in quanto ritenute sproporzionate.
Nel caso affrontato dalla Ctp di Reggio Emilia, la questione dell’anti-economicità, peraltro, viene posta in relazione anche ai componenti positivi di reddito (maturazione di presunti interessi attivi su finanziamenti infruttiferi nei rapporti infra gruppo). Anche questo risulta un principio corretto in quanto la questione va inquadrata nell’ambito dell’inerenza (e, in questo senso, si esprime anche la Ctp di Reggio Emilia), la quale riguarda sia i componenti positivi che quelli negativi di reddito. L’inerenza è infatti un principio generale “immanente” nella determinazione del reddito d’impresa, trattandosi di quel necessario collegamento che vi deve essere tra un componente economico e l’attività esercitata, o da esercitarsi, da parte dell’imprenditore. L’inerenza, in sostanza, non è da ricercarsi in una specifica norma del Tuir, ma è una sorta di pre-requisito generale che coniuga il principio di capacità contributiva. Ad esempio, la possibilità di dedurre i componenti negativi di reddito non rappresenta una norma di favore, ma è legata all’esigenza di misurare la capacità economica del presupposto di imposizione, che è il reddito d’impresa nel suo complesso, dato dalla contrapposizione tra i componenti positivi di reddito e quelli negativi.
L’inerenza, quindi, essendo quel collegamento tra un componente economico e l’attività esercitata, è una questione di tipo qualitativo, per cui – come dice giustamente la commissione di Reggio Emilia – va verificato se vi è o meno. L’inerenza tendenzialmente non riguarda, pertanto, questioni di tipo quantitativo – come la possibilità di rettificare una spesa perché ritenuta troppo alta – trattandosi di una valutazione circa il legame tra una spesa e l’attività. Questo non vuol dire, comunque, che non vi siano questioni di tipo quantitativo che riguardano l’inerenza. Soltanto che queste questioni sono state sottratte alle parti in causa (contribuente e Entrate) e fissate dal legislatore, per evitare defatiganti discussioni sulla parte (quantità) inerente o meno di una spesa. Tecnicamente, questo tipo di intervento (ad esempio, quello dell’articolo 164 del Tuir sulla deduzione delle autovetture) viene definito di “predeterminazione legale dell’inerenza”. Quindi, al di fuori di queste predeterminazioni legali, l’inerenza risulta essenzialmente una questione di tipo qualitativo. Perciò, se l’Agenzia contesta la congruità di una spesa perché ritenuta troppo alta – e quindi non la ammette interamente in deduzione – ne sta contestando l’inerenza, cioè la mancanza di un legame con l’attività svolta. Conseguentemente, come affermano i giudici reggiani, vi è un onere di allegazione da parte delle Entrate, la quale deve rappresentare i motivi per i quali non vi è il legame tra la spesa e l’attività esercitata dal contribuente.
Invece, quando l’Agenzia provvede a rideterminare al ribasso una spesa perché ritenuta troppo alta, sì è nel campo delle presunzioni semplici. In sostanza, se l’Agenzia vuole rappresentare che si è in presenza di evasione – poiché il reddito sarebbe maggiore per effetto di minori spese ammesse in deduzione in quanto anti-economiche – deve provarlo attraverso una serie di presunzioni gravi, precise e concordanti. E, nel caso preso in esame dai giudici reggiani, l’amministrazione non aveva fornito alcun onere probatorio.

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