Diritto

L’annullamento della cartella determina l’illegittimità del sequestro per equivalente

L’annullamento della cartella determina l'illegittimità del sequestro per equivalente
Deve essere revocato il sequestro per equivalente disposto sui beni dell’indagato, nel caso in cui la Commissione tributaria abbia annullato la pretesa del fisco. E ciò anche se la sentenza stessa non è ancora definitiva

L’annullamento della cartella esattoriale, anche con sentenza non definitiva, fa cadere i presupposti del sequestro funzionale alla confisca per equivalente. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 39187 del 28 settembre 2015.

IL FATTO
Un contribuente veniva indagato per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Nell’ambito del procedimento penale veniva disposto il sequestro di beni mobili e immobili nella propria disponibilità fino alla concorrenza del debito tributario pari ad oltre 103 milioni dì euro.

Successivamente all’esecuzione del sequestro, la Commissione Tributaria Regionale aveva, dal lato prettamente fiscale, annullato gli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate e l’Ufficio aveva quindi provveduto allo sgravio di tutti gli importi contenuti negli atti impositivi. Equitalia, pertanto, rilasciava formale attestazione di inesistenza del debito tributario.

L’indagato presentava quindi istanza di dissequestro dei beni che, tuttavia, veniva respinta dal Gip, il quale riteneva che il giudizio tributario non fosse ancora deciso con sentenza definitiva.

Il Tribunale del riesame confermava il rigetto. In particolare, i giudici sostenevano l’autonomia dei due procedimenti e, dunque, la piena legittimità del sequestro, considerando altresì che il giudizio tributario non era definitivo.

Avverso tale ordinanza ha presentato ricorso per cassazione l’indagato sostenendo che erano venuti meno i presupposti per il mantenimento del sequestro. Infatti, vi era stato l’annullamento del debito e, di conseguenza, il mantenimento della misura avrebbe comportato un indebito arricchimento per l’Erario. Il sequestro, infatti, è strumentale alla confisca che riguarda il profitto del reato, purché quest’ultimo sussista realmente. L’annullamento degli avvisi di accertamento e il conseguente integrale sgravio del debito tributario comporterebbero, dunque, la revoca del sequestro, essendo venuto meno il debito fiscale e quindi il profitto del reato contestato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’indagato. Vero è che, secondo la giurisprudenza della Suprema Corte, in tema di reati tributari, il profitto del reato oggetto del sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente è costituito dal risparmio economico derivante dalla sottrazione degli importi evasi alla loro destinazione fiscale, che rimane inalterato anche nella ipotesi di sospensione della esecutività della cartella esattoriale da parte della Commissione Tributaria; ma è altrettanto vero che, nel caso in esame, non di sospensione dell’esecutività della cartella si è trattato ma di annullamento.

Nei reati tributari, il profitto è certamente costituito anche dal risparmio economico che consegue alla sottrazione degli importi evasi alla loro destinazione fiscale, ma è altrettanto vero che la possibilità di sequestro preventivo per equivalente del profitto (consistente nell’imposta non versata) derivante dal reato tributario è prevista nella misura in cui la somma corrispondente sia rimasta nelle casse della società. Se è vero che a seguito del reato tributario non si è verificato un decremento del patrimonio circolante, l’accrescimento patrimoniale è solo il riflesso di un mancato depauperamento che, però, non si traduce in un elemento concreto, materialmente apprensibile.

Orbene, nel caso di specie, l’intervenuto annullamento della cartella esattoriale, ancorché con sentenza non definitiva, ha comportato il venir meno della pretesa tributaria (e, dunque, l’esistenza del profitto del reato, consistente nel delitto in esame nel valore dei beni idonei a fungere da garanzia nei confronti dell’Amministrazione finanziaria che agisce per il recupero delle somme evase costituenti oggetto delle condotte artificiose considerate dalla norma), atteso l’intervenuto sgravio delle somme di cui all’avviso di accertamento. Quest’ultimo, in particolare, ha reso privo di qualsiasi giustificazione il mantenimento del sequestro in assenza di qualsivoglia “attuale” pretesa erariale, sembrando non esservi infatti nell’attualità nulla da salvaguardare a seguito non solo dell’annullamento degli avvisi di accertamento ma anche del conseguente provvedimento di “sgravio” del debito tributario, ciò che manifesterebbe l’assenza, appunto, attuale, di pretese erariali, rendendo quindi illegittimo il sequestro funzionale alla confisca per equivalente di un profitto, in atto, inesistente.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 39187/2015

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