Lavoro

Anche per colf e badanti è dovuto il contributo di licenziamento ASpI: sfiorerà i 1.500 euro

A partire dal 2013 i datori di lavoro domestico, che licenziano un lavoratore (baby sitter, colf, badante), devono all’Inps un contributo per l’indennità di disoccupazione Aspi pari al 50% dell’importo erogato al proprio dipendente da parte dell’Inps. Si tratta di un versamento previdenziale il cui calcolo può arrivare fino a 500 per ogni 12 mensilità di anzianità e con il limite massimo di 3 anni. In sostanza, fino a 1.500 euro da versare. Questo anche nel licenziamento per giusta causa. Salve solo le dimissioni. Giungono le prime proteste
A partire dal 2013 i datori di lavoro domestico, che licenziano un lavoratore (baby sitter, colf, badante), devono all’Inps un contributo per l’indennità di disoccupazione ASpI pari al 50% dell’importo erogato al proprio dipendente da parte dell’Inps. Si tratta di un versamento previdenziale il cui calcolo può arrivare fino a 500 per ogni 12 mensilità di anzianità e con il limite massimo di 3 anni. In sostanza, fino a 1.500 euro da versare. Questo anche nel licenziamento per giusta causa. Salve solo le dimissioni. Giungono le prime proteste

Dal 1 gennaio 2013 il licenziamento di un lavoratore a tempo indeterminato comporta per il datore di lavoro un nuovo obbligo contributivo verso l’Inps, ossia il versamento a carico aziendale di un contributo di licenziamento, a titolo di finanziamento dell’ASpI (Assicurazione sociale per l’impiego). La misura è importante: pari al [highlights color=”red”]50% dell’importo dell’ASpI[/highlights] spettante al lavoratore a titolo di ASpI. Inclusi in questo obbligo anche i [highlights color=”red”]datori nel settore domestico[/highlights], ossia le famiglie che hanno alle proprie dipendenze, a tempo indeterminato, baby sitter, colf e badanti. E che vogliono procedere al licenziamento. Il contributo non è dovuto solo nel caso di [highlights color=”red”]dimissioni[/highlights].

Contributo Inps del 50% dell’ASpI al lavoratore. In sostanza, il contributo di licenziamento consiste in un obbligo di versamento all’Inps del [highlights color=”red”]50% del primo assegno[/highlights] che l’ente previdenziale deve erogare al lavoratore a titolo di ASpI, la nuova indennità di disoccupazione. E l’obbligo del datore di lavoro non si esaurisce nella misura del 50%, ma consiste in un 50% da versare [highlights color=”red”]per ogni anno di rapporto di lavoro con il lavoratore licenziato e fino a tre anni di rapporto di lavoro[/highlights]. In sostanza, [highlights color=”red”]fino a 1.500 euro[/highlights] di contributo dovuto dal datore di lavoro, tenendo conto che può esser tenuto a versare[highlights color=”red”] fino a tre quote del 50%[/highlights], quindi di fatto fino al 150% della prima rata di indennità di disoccupazione ASpI che percepisce il lavoratore dall’Inps, a seguito di domanda presentata all’ente post licenziamento.

La norma introdotta dalla riforma del lavoro non è male, come ulteriore tutela contro i licenziamenti per i lavoratori: obbligare i datori di lavoro a versare questo contributo, rappresenta un disincentivo al licenziamento. Il problema è [highlights color=”red”]l’impatto che tale norma può avere sulle famiglie e nel lavoro domestico[/highlights], che è piuttosto particolare come rapporto di lavoro. Si tratta di un aggravio di spesa non indifferente per le famiglie, tenendo conto anche del normale obbligo di pagamento, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, dei ratei di tredicesima, di ferie e permessi residui, nonché del trattamento di fine rapporto (TFR) a cui è tenuto il datore di lavoro.

Contributo dovuto anche per il licenziamento per giusta causa. Un’ulteriore considerazione è che, oltre a licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo, l’obbligo contributivo nei confronti dell’Inps permane anche nei casi di [highlights color=”red”]licenziamento per giusta causa[/highlights], ossia quando il comportamento che dà luogo al licenziamento è talmente grave da  non consentire la prosecuzione del rapporto neppure a titolo provvisorio (neppure per il tempo previsto per il preavviso di licenziamento). Un esempio su tutti: gli eventuali furti in casa da parte del lavoratore.

Calcolo contributo di licenziamento dovuto. Per quando riguarda la determinazione dell’importo, si tratta del [highlights color=”red”]50% dell’ASpI spettante al lavoratore[/highlights]. L’indennità di disoccupazione ASpI è pari al [highlights color=”red”]75% della retribuzione lorda spettante al dipendente nel biennio precedente la data di licenziamento[/highlights] e va calcolata secondo un preciso criterio di calcolo. Nel rapporto di lavoro domestico, in caso di rapporto a tempo pieno, il contributo ASpI è di una cifra di poco inferiore a 500 euro ([highlights color=”red”]483,80[/highlights]), da versare [highlights color=”red”]per ogni 12 mesi di anzianità lavorativa[/highlights] presso il datore di lavoro, con il limite di [highlights color=”red”]tre annualità[/highlights]. Nel caso di rapporti di lavoro con più di 2 anni di anzianità, il contributo ammonta appunto a 1.500 euro circa ([highlights color=”red”]1.451,40 euro[/highlights]). Per maggiori informazioni sulla normativa che ha introdotto questo obbligo, su tutti gli aspetti relativi al calcolo, vediamo l’approfondimento sul contributo di licenziamento.

La norma ha generato notevoli proteste, anche dell’Associazione sindacale dei lavoratori domestici e si resta in attesa, non solo della pubblicazione da parte dell’Inps delle modalità di calcolo ed erogazione, ma anche di una correzione del tiro sui rapporti di lavoro di tipo domestico.

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