Diritto

Anche il committente può essere responsabile di un infortunio sul lavoro

Anche il committente può essere responsabile di un infortunio sul lavoro
Il committente che è in grado di accorgersi senza particolari indagini dell’inadeguatezza delle misure di sicurezza, risponde anch’egli delle conseguenze dell’infortunio sul lavoro eventualmente determinatosi

Il committente che è in grado di accorgersi senza particolari indagini dell’inadeguatezza delle misure di sicurezza, risponde anch’egli delle conseguenze dell’infortunio sul lavoro eventualmente determinatosi, quantunque l’obbligo di cooperazione tra committente e appaltatore (o tra appaltatore e subappaltatore) ai fini della prevenzione antinfortunistica, con informazione reciproca, non esiga che il committente stesso intervenga costantemente in supplenza dell’appaltatore quando costui, per qualunque ragione, ometta di adottare le misure di prevenzione prescritte. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12228 del 24 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dalla morte occorsa ad un lavoratore, dipendente di una ditta individuale, per le gravissime lesioni riportate a seguito di una caduta al suolo mentre transitava sul tetto del capannone di proprietà della ditta medesima per la rimozione di lastre di eternit.
In particolare il lavoratore, operaio generico, era salito insieme ad alcuni colleghi sul tetto del fabbricato, pedonabile tranne che in corrispondenza dei lucernai, per compiere attività connesse allo smantellamento del manto di copertura e procedere alla successiva ricopertura con lastre d’alluminio; sul tetto in questione non erano state approntate misure di protezione e in particolare non era stata approntata la tesata in acciaio alta quale il lavoratore avrebbe potuto assicurarsi tramite cinture di sicurezza. Mentre percorreva il tetto in corrispondenza di un lucernaio, dal quale era stata rimossa la rete metallica di protezione, precipitava al suolo perdendo la vita.

Il Tribunale condannava la socia accomandataria alla pena di anni tre di reclusione per avere affidato i lavori di copertura del fabbricato con contratto di appalto e come tale responsabile della sicurezza sul lavoro, per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia e violazione delle norme per la prevenzione infortuni sul lavoro, in particolare perché una volta ricevuto in appalto l’esecuzione dei lavori ometteva di cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto ed ometteva altresì di coordinare gli interventi di prevenzione e protezione dai rischi cui erano esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare i rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per Cassazione la (sub)committente, originaria appaltatrice, in particolare sostenendo che la Corte d’Appello sarebbe incorsa in errore in ordine alla sussistenza dei presupposti necessari, per poter ritenere esigibile dal subappaltante un’attività di cooperazione e di coordinamento rilevante.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla (sub)committente, in particolare dando continuità ad un orientamento giurisprudenziale secondo cui, in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la responsabilità dell’appaltatore non esclude quella del committente, che è corresponsabile qualora l’evento si ricolleghi causalmente ad una sua omissione colposa.

Per meglio comprendere le ragioni della soluzione offerta dai Supremi Giudici, è utile un breve inquadramento giuridico della vicenda. In proposito, va ricordato, anzitutto, che, in materia di infortuni sul lavoro in un cantiere il committente rimane il soggetto obbligato in via principale all’osservanza degli obblighi imposti in materia di sicurezza, ciò sia sotto la vigenza dell’allora art. 6, D.Lgs. 14 agosto 1996, n. 494, attuativo della c.d. direttiva cantieri, sia in base all’attuale normativa prevenzionistica, disciplinata dal D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 90. Ciò, del resto, si evince dalla stessa definizione di “committente”, fornita dall’art. 89 del T.U. sicurezza, che qualifica il medesimo come “il soggetto per conto del quale l’intera opera viene realizzata, indipendentemente da eventuali frazionamenti della sua realizzazione”.

Con particolare riferimento, per quanto qui di interesse, ai lavori in appalto, la norma di riferimento è rappresentata dall’art. 26, D.Lgs. n. 81 del 2008, che onera i datori di lavoro, ivi compresi i subappaltatori, a:

  • cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto;
  • coordinare gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva. Tale obbligo di cooperazione e coordinamento deve ritenersi escluso soltanto nel caso previsto dall’art. 26, comma 3, u.p. (che esclude l’obbligo per il datore di lavoro committente per i “rischi specifici delle attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi”).

Orbene, ricordano sul punto gli Ermellini, l’esclusione è prevista non per le generiche precauzioni, da adottarsi negli ambienti di lavoro per evitare il verificarsi di incidenti, ma per quelle regole che richiedono una specifica competenza tecnica settoriale, normalmente assente in chi opera in settori diversi nella conoscenza delle procedure da adottare nelle singole lavorazioni o nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine. E, sul punto, è pacifico che non può considerarsi rischio specifico quello derivante dalla generica necessità di impedire cadute da parte di chi operi in altezza essendo, questo pericolo, riconoscibile da chiunque indipendentemente dalle sue specifiche competenze (Cass. pen., Sez. 4, n. 12348 del 29/01/2008 – dep. 20/03/2008, G., in CED Cass., n. 239252).

Applicando tale principio, nel caso esaminato dalla Cassazione, è pacifico che i lavori commissionati dalla committente alla ditta affidataria avessero ad oggetto la sostituzione con lastre in alluminio delle lastre di eternit che costituivano il tetto dell’edificio entro il quale la ditta committente svolgeva le proprie attività. La valutazione del rischio-caduta del lavoratore, rischio principale tipico per chi svolge attività lavorativa in quota, doveva dunque essere apprezzato non soltanto dal datore di lavoro ma anche dai diversi soggetti a vario titolo coinvolti nel sistema di sicurezza del cantiere, trattandosi di rischio non specifico dell’impresa appaltatrice. Si trattava, infatti, di un rischio generico ed agevolmente apprezzabile anche per i titolari della ditta appaltatrice.

Ne consegue, dunque, che il dovere di coordinamento impegnava i responsabili della ditta appaltatrice, tra cui la committente che tali lavori aveva subappaltato, ad esigere dalla ditta individuale, il cui operaio era deceduto, l’allestimento delle protezioni.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 12228/2015

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