Diritto

Amianto, l’esposizione prolungata prova il nesso con la malattia

Va condannato a risarcire il danno per mancata tutela delle condizioni di lavoro, ex articolo 2087 del codice civile, il datore che lascia inalare polveri d'amianto e fumi di saldatura a un proprio dipendente, provocandone il decesso per neoplasia polmonare
Va condannato a risarcire il danno per mancata tutela delle condizioni di lavoro, ex articolo 2087 del codice civile, il datore che lascia inalare polveri d’amianto e fumi di saldatura a un proprio dipendente, provocandone il decesso per neoplasia polmonare

Una esposizione alle polveri di amianto per almeno dieci anni, superiore al limite consentito, sia pure in misura inferiore, protrattasi per altri sette anni, può costituire un valido nesso di causalità tra la contrazione della malattia e l’esposizione alle polveri. Va quindi condannato a risarcire il danno per «mancata tutela delle condizioni di lavoro», ex articolo 2087 del codice civile, il datore che lascia inalare polveri d’amianto e fumi di saldatura a un proprio dipendente, provocandone il decesso per neoplasia polmonare. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11797 del 27 maggio 2014, confermando la decisione emessa dalla Corte d’Appello di Brescia, e respingendo il ricorso dell’impresa.

IL FATTO

Il caso trae origine da un ricorso presentato da una società avverso la sentenza del Tribunale di Bergamo che aveva stabilito la condanna del datore di lavoro al pagamento, in favore del proprio lavoratore, di una somma di denaro ai sensi dell’art. 2087 cod. civ., a titolo di risarcimento del danno subito per aver contratto, a causa della esposizione nel luogo di lavoro alle polveri di amianto e ai lumi di saldatura, la neoplasia polmonare che ne aveva provocato il decesso.

In particolare, sulla scorta dei dati stimati dal Ctu nominato in appello per determinare l’entità di esposizione all’amianto subita dal lavoratore, era stata accertata una esposizione alle polveri di amianto nel periodo 1° dicembre 1975 – 30 settembre 1985 superiore al limite indicato dal D.Lgs n. 277 del 1991, come riconosciuto dall’Inail e si era appurato che tale esposizione, sia pure in misura inferiore, era perdurata fino alla fine del 1992. Il Ctu aveva anche accertato l’esposizione a fumi di saldatura, che aveva avuto, nel corso degli anni, un apporto sinergico rispetto alla esposizione alle fibre di amianto e alla stessa saldatura del ferro. Infine, la consulenza tecnica aveva consentito di accertare che tutti i suindicati fattori di rischio avevano avuto come bersaglio il polmone, mentre era stata esclusa la possibile rilevanza concausale dell’abitudine al fumo di sigarette perché essa era cessata all’età di 27 anni del lavoratore, quindi più di trentanni prima dell’insorgenza del carcinoma polmonare.

Quanto alla responsabilità della società, ex art. 2087 cod. civ., l’istruttoria svolta aveva consentito di escludere che il datore avesse dato prova di avere adottato misure idonee a prevenire o limitare efficacemente la polverosità delle operazioni implicanti la manipolazione dell’amianto e il rischio di inalazione di fumi di saldatura; la società non aveva neppure provato di aver provveduto ad istruire e informare i dipendenti in ordine alla pericolosità delle lavorazioni cui erano addetti e alle cautele da osservare, secondo quanto previsto dalla normativa, via via nel tempo, applicabile.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Nel respingere il ricorso presentato dalla società, la Suprema Corte ripercorre gli interventi normativi, comunitari e nazionali, che si sono succeduti in materia di progressiva riduzione e di finale eliminazione dei rischi derivanti dall’uso dell’amianto. In particolare si fa riferimento alla direttiva CEE n. 477 del 1983, cui hanno fatto seguito la direttiva n. 382 del 1991 (anch’essa specificamente riguardante la nocività dell’amianto) e altre direttive concernenti la protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici durante il lavoro (vedi, per tutte: Corte costituzionale, sentenza n. 434 del 2002).

Per dare attuazione alla suindicata normativa comunitaria fu emesso il D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277 – il quale, tra l’altro, all’art. 31 fissò i valori limite di esposizione alla polvere di amianto, espressi come media ponderata in funzione del tempo di riferimento di otto ore – e fu poi emanata la legge 27 marzo 1992, n. 257 (norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto).

Peraltro, la Suprema Corte, in più occasioni, ha posto in rilievo che, nella legislazione nazionale, la pericolosità della lavorazione dell’amianto era stata affermata da epoca ben anteriore agli anni settanta (per la relativa ricostruzione, vedi, per tutte: Cass. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2251).

La stessa giurisprudenza ha, inoltre, posto in evidenza come detta pericolosità sia evidenziata anche dalla norma che prevede l’attribuzione del premio supplementare stabilito dall’art. 153 del T.U. n. 1124 del 1965, per le lavorazioni per le quali è obbligatoria l’assicurazione contro la silicosi e l’asbestosi (ali. 8), per le quali è presupposto un grado di concentrazione di agenti patogeni superiore a determinati valori minimi (secondo Cass. 20 agosto 1991, n. 8970).

Questo è il quadro normativo – implicitamente preso in considerazione dalla Corte territoriale – nel quale deve essere inserita la presente vicenda caratterizzata dalla esposizione del lavoratore a molteplici fattori di rischio, nel corso di una articolata e complessa vita lavorativa.

Per gli ermellini appare esauriente e ben motivato l’accertamento compiuto dal Giudice del merito – sulla base della Ctu di appello – sull’eziopatogenesi lavorativa della neoplasia polmonare, contestato dalla società.

Al riguardo è stato sottolineato come sia stata riscontrata l’esposizione a fumi di saldatura, che ha avuto, nel corso degli anni, un apporto sinergico rispetto alla esposizione alle fibre di amianto e alla stessa saldatura del ferro e come tutti i suindicati fattori di rischio – riscontratisi nel periodo in cui il lavoratore ha prestato la propria attività alle dipendenze della società, hanno avuto come bersaglio il polmone.

Conseguentemente, è stata affermata la responsabilità del datore di lavoro, ex art. 2087 cod. civ., sottolineandosi che l’istruttoria svolta aveva consentito di escludere che la società avesse dato prova di avere adottato misure idonee a prevenire o limitare efficacemente la polverosità delle operazioni implicanti la manipolazione dell’amianto e il rischio di inalazione di fumi di saldatura, conosciute all’epoca (1972-1995).

In conclusione, la Suprema Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese.

Art. 2087 codice civile - Tutela delle condizioni di lavoro

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

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