Diritto

Al giudice solo la facoltà di tentare la conciliazione

Al giudice solo la facoltà di tentare la conciliazione
L’obbligo per il giudice di formulare una proposta transattiva o conciliativa alle parti viene trasformato in una semplice possibilità

La conciliazione giudiziale si prepara a uscire depotenziata dal Parlamento. Infatti, l’obbligo per il giudice di formulare una proposta transattiva o conciliativa alle parti, introdotto dal Dl del fare (69/2013) e già in vigore dal 22 giugno scorso, è stato trasformato in una semplice possibilità nel primo passaggio alla Camera. E la nuova versione del testo è stata confermata dal Senato ed è confluita nel testo approvato dalla legge di conversione (atteso per oggi alla pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale»).

La retromarcia. Si tratta del nuovo articolo 185-bis del Codice di procedura civile che, nella versione iniziale, prevedeva che il giudice alla prima udienza, o comunque prima della chiusura della fase istruttoria, dovesse formulare alle parti una proposta transattiva o conciliativa. Inoltre, si stabiliva che il rifiuto ingiustificato della proposta costituisse comportamento valutabile ai fini del giudizio.

Ma l’iter per la conversione in legge ha condotto a un testo emendato in maniera radicale, tanto da rivoluzionare la formulazione e gli obiettivi che la norma era destinata a perseguire. E infatti la proposta transattiva o conciliativa del giudice, che era prevista quale potere-dovere dello stesso, diviene discrezionale. In base al nuovo testo, il giudice, alla prima udienza, o sino a quando è esaurita l’istruzione, «formula alle parti ove possibile, avuto riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto» una proposta transattiva o conciliativa. Inoltre, viene anche soppressa la parte della norma che prevedeva le conseguenze sanzionatorie nei casi di rifiuto della proposta giudiziale senza giustificato motivo.

Il parere dell’Anm. Le modifiche, che hanno riscritto sostanzialmente la norma, ricalcano le proposte contenute nel parere reso dalla commissione Giustizia della Camera, che, a sua volta, aveva raccolto le indicazioni rese dall’Anm (Associazione nazionale magistrati) nell’audizione di fronte alla commissione stessa. Infatti, proprio l’Anm aveva criticato la formulazione del nuovo articolo 185-bis del Codice di procedura civile perché «esige la formulazione di una proposta conciliativa o transattiva vera e propria, nella fase iniziale del giudizio, in tutte le controversie (anche nei giudizi civili di notevole spessore: solo a titolo esemplificativo si pensi alle cause societarie, alle azioni revocatorie, ai giudizi di responsabilità contabile, e persino in quelli di puro diritto) e mal si concilia con l’esigenza (correlata a ragioni di convenienza) volta a evitare che il giudice anticipi il proprio giudizio specie in procedimenti di una certa complessità e consistenza».

Peraltro, proprio per prevenire i problemi legati all’imparzialità del giudice che formula una proposta transattiva o conciliativa, la nuova formulazione dell’articolo 185-bis prevede anche che la proposta di conciliazione non possa costituire motivo di ricusazione o di astensione del giudice.

La posizione del Csm. Al contrario, il Csm (Consiglio superiore della magistratura), nel parere approvato l’11 luglio scorso, aveva accolto la novità «con estremo favore», ritenendo che l’obbligo di formulare una proposta conciliativa fosse anche «utile a preservare il giudice, che voglia farsi parte attiva nel sollecitare le parti a una definizione bonaria della controversia, da eventuali istanze di astensione o – seppure non sia neanche in tesi ipotizzabile una delle tassative ipotesi di cui all’articolo 51, comma 1, del Codice di procedura civile – di ricusazione, che alcuno dei litiganti possa sollevare per dolersi di un eventuale sconfinamento del detto giudice da propri stretti compiti decisori». Anzi, il Csm aveva lamentato che le possibili sanzioni (previste nel testo originario e ora cancellate) per le parti che avessero rifiutato la proposta senza motivo fossero troppo timide. E aveva proposto nel parere, da un lato, di inserire un esplicito richiamo all’articolo 96, comma 3, del Codice di procedura civile, che permette al giudice di condannare la parte soccombente a pagare alla controparte una somma equitativamente determinata in aggiunta alle spese processuali; e, dall’altro, il Csm aveva suggerito «di estendere (…) al caso di rifiuto della proposta transattiva o conciliativa, il contenuto dell’articolo 13, comma 1, del decreto legislativo n. 28/2010», che sanziona con il pagamento delle spese la parte vincitrice che rifiuta la proposta conciliativa del mediatore poi confermata dalla sentenza.

Possibili sanzioni. La nuova formulazione della norma, che entrerà in vigore dopo la pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» della legge di conversione, rimette al giudice ogni valutazione circa la formulazione di una proposta transattiva o conciliativa ed è rimasta priva di ogni espressa sanzione per l’ingiustificato rifiuto. Novità che rischiano di scoraggiare l’impiego dello strumento da parte dei magistrati. Si potrebbe però ipotizzare, sul piano interpretativo, l’applicazione delle sanzioni previste dall’articolo 96, comma 3, del Codice di procedura civile. In ogni caso, le modifiche hanno il chiaro effetto di svuotare la norma della ratio iniziale e di far debuttare uno strumento poco incisivo e probabilmente scarsamente utilizzato.

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