Diritto

Al giudice la cognizione anche del rapporto tributario

Al giudice la cognizione anche del rapporto tributario
Il giudice che ravvisi l’infondatezza parziale della pretesa dell’amministrazione, non deve né può limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal petitum delle parti

Con l’ordinanza n. 106 dell’8 gennaio 2015, in tema di cognizione del giudice tributario, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui l’impugnazione davanti al giudice tributario attribuisce a quest’ultimo la cognizione non solo dell’atto, come nelle ipotesi di “impugnazione-annullamento”, orientate unicamente all’eliminazione dell’atto, ma anche del rapporto tributario, trattandosi di una “impugnazione-merito”, perché diretta alla pronuncia di una decisione di merito sostitutiva (nella specie) dell’accertamento dell’amministrazione finanziaria, che implica per il giudice di quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dalle domande di parte.
Ne consegue che il giudice che ritenga invalido l’avviso di accertamento non per motivi formali, ma di carattere sostanziale, non deve limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve esaminare nel merito la pretesa tributaria, e, operando una motivata valutazione sostitutiva, eventualmente ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra un contribuente e l’Agenzia delle Entrate. La CTC ha confermato la sentenza resa dalla Commissione tributaria di secondo grado con la quale, in accoglimento dell’appello proposto dal contribuente, erano stati annullati gli accertamenti IVA per gli anni dal 1981 e al 1983. Secondo la Commissione centrale gli elementi esposti dall’Agenzia confermavano l’esistenza di un fatto associativo nel quale erano state coinvolte diverse persone, senza che fossero stati ben individuati i ruoli e i compiti dei partecipanti in ordine alle attività gestionali e alla partecipazione agli utili che assumevano rilievo nel caso di specie. Aggiungevano i giudici della Commissione che non era comprensibile la ragione per cui l’atto impositivo avesse riguardato soltanto l’attuale contribuente e non anche le altre persone coinvolte.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, deducendo che la CTC aveva violato il principio che impone al giudice tributario che annulla l’atto per vizi formali di identificare i presupposti impositivi e di decidere nel merito la pretesa tributaria utilizzando gli elementi documentali in suo possesso o eventualmente acquisendone aliunde ulteriori. Secondo l’Agenzia, la CTC “avendo valutato positivamente la fondatezza quanto all’an, delle riprese a tassazione in contestazione (…)” non poteva annullare integralmente gli atti impositivi, dovendo semmai eventualmente ridurre l’originaria pretesa nella misura accertata.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Erario. In particolare, i giudici di legittimità hanno osservato che la CTC, pur riconoscendo l’esistenza di un fatto associativo correlato alla creazione di operazioni inesistenti, ha fatto scaturire l’annullamento della pretesa nei confronti del contribuente dalla circostanza che l’atto impositivo era stato emesso nei confronti del detto soggetto e non anche indirizzato alle altre persone coinvolte, omettendo di compiere le attività di verifica della pretesa fiscale nei confronti del soggetto che aveva proposto il ricorso contro l’accertamento dell’Ufficio.

Così facendo la sentenza ha però disatteso il principio, più volte affermato dalla Cassazione, secondo il quale l’impugnazione davanti al giudice tributario attribuisce a quest’ultimo la cognizione non solo dell’atto, come nelle ipotesi di “impugnazione-annullamento“, orientate unicamente all’eliminazione dell’atto, ma anche del rapporto tributario, trattandosi di una c.d. “impugnazione-merito“, perché diretta alla pronuncia di una decisione di merito sostitutiva (nella specie) dell’accertamento dell’amministrazione finanziaria, implicante per esso giudice di quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dalle domande di parte.

Ne consegue che il giudice che ritenga invalido l’avviso di accertamento non per motivi formali, ma di carattere sostanziale, non deve limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve esaminare nel merito la pretesa tributaria, e, operando una motivata valutazione sostitutiva, eventualmente ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 106/2015

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