Diritto

Al contribuente la prova dell’inerenza ai fini IVA

Al contribuente la prova dell’inerenza ai fini IVA
Ai fini della deducibilità, spetta al contribuente provare l’effettiva riferibilità in concreto dei beni e servizi acquistati all’esercizio dell’impresa o alle attività preparatorie alla futura produzione di ricavi

In tema di esenzione IVA, deve considerarsi “inerente” all’esercizio della impresa anche l’acquisito di beni e servizi destinati alla costituzione delle condizioni necessarie perché l’attività tipica possa concretamente iniziare, essendo quindi suscettibili di rientrare nella nozione di strumentalità anche le attività meramente preparatorie che per definizione vengono poste in essere in una fase in cui non vi è ancora produzione di ricavi. È rimesso in ogni caso al giudice di merito il necessario accertamento in fatto in ordine alla effettiva riferibilità in concreto dei beni e servizi acquistati all’esercizio della impresa o alle attività preparatorie alla futura produzione di ricavi, venendo a gravare il relativo onere probatorio interamente sul contribuente. La sussistenza dei requisiti non può presumersi in ragione della sola qualità di società commerciale dell’acquirente. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 1578 del 28 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una società e l’Agenzia delle Entrate. La CTR ha dichiarato legittimo il provvedimento di diniego opposto dalla Amministrazione finanziaria al rimborso del credito IVA vantato da una S.r.l. in relazione a fatture passive per acquisto di beni strumentali ammortizzabili destinati alla gestione di una Casa di cura. I Giudici di appello, pur non escludendo che la gestione di una Casa di cura potesse dare luogo ad attività promiscue (sia operazioni esenti che imponibili) ritenevano che il potenziale svolgimento di attività in esenzione IVA non integrava il presupposto necessario per l’applicazione del regime di detrazione pro rata previsto in caso di svolgimento di attività promiscua, occorrendo la effettiva esecuzione di operazioni esenti nel corso del periodo d’imposta, ipotesi che non ricorreva nel caso di specie non avendo la società stipulato alcuna convenzione con il servizio sanitario pubblico.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la S.r.l.; in particolare la società contribuente censurava la sentenza di appello per avere escluso la detraibilità dell’IVA versata in rivalsa per lavori di costruzione dell’immobile da destinare ad esercizio di attività di Casa di cura, sul presupposto – incontestato – che nel periodo d’imposta la società non aveva svolto attività esenti. La società contestava che il condizionamento istituito dalla CTR della insorgenza del diritto alla detrazione/rimborso dell’IVA in eccedenza all’effettivo inizio e svolgimento dell’attività economica non corrisponde alla previsione di legge (art. 19, D.P.R. n. 633/1972) come interpretato dalla giurisprudenza della Cassazione, secondo cui il diritto insorge con la operazione “a monte” se il bene risulti acquistato in funzione della organizzazione della impresa anche se l’esercizio effettivo dell’attività economica non sia ancora iniziato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società contribuente. In particolare, osservano gli Ermellini, la CTR ha ritenuto che la gestione di una Casa di cura comporta lo svolgimento di attività promiscua che dà diritto alla detrazione dell’IVA con il metodo del pro rata, ma nel caso concreto la società non poteva esercitare tale diritto in quanto l’effettuazione di prestazioni sanitarie esenti era da considerarsi meramente potenziale, non essendo stata ancora stipulata la convenzione con l’ente regionale.

La Corte di Giustizia è intervenuta più volte a riconoscere il diritto alla detrazione IVA a monte in relazione alla attività di organizzazione e predisposizione dei beni aziendali destinati all’esercizio da parte di soggetti passivi di attività economiche, osservando che è l’acquisto del bene da parte del soggetto passivo che agisce in quanto tale a determinare l’applicazione del sistema dell’IVA e, quindi, del meccanismo di detrazione e che, in assenza di circostanze fraudolente o abusive, e con riserva di eventuali rettifiche in conformità alle condizioni previste dalla direttiva IVA, il diritto alla detrazione, una volta sorto, rimane acquisito. La Corte di Giustizia Europea ha in particolare posto in chiaro come “determinare se un soggetto passivo agisca in quanto tale è una questione di fatto che deve essere valutata tenendo conto di tutti gli elementi della fattispecie, tra i quali figurano la natura del bene considerato e il periodo di tempo intercorso tra l’acquisto dello stesso e il suo uso ai fini delle attività economiche di tale soggetto passivo”.

Si può altresì considerare se siano state o meno intraprese azioni effettive al fine di realizzare gli interventi e di ottenere le autorizzazioni necessari per l’uso professionale del bene quali quelli menzionati all’articolo 38, paragrafo 3, dello ZUT. Secondo la Corte, se la detrazione dell’IVA dovuta a monte fosse negata al soggetto passivo per i successivi utilizzi professionali imponibili, nonostante l’intento iniziale di quest’ultimo di destinare integralmente il bene d’investimento alla sua impresa, in vista di operazioni future, il soggetto passivo non risulterebbe interamente esonerato dall’imposta afferente al bene utilizzato ai fini della propria attività economica e la tassazione delle sue attività professionali provocherebbe una doppia imposizione in contrasto con il principio della neutralità fiscale insito nel sistema comune dell’IVA.

Il principio della neutralità dell’IVA rispetto all’onere fiscale dell’impresa esige che le spese d’investimento effettuate ai fini ed in vista di un’impresa siano considerate come attività economiche che conferiscono un immediato diritto a detrazione dell’IVA dovuta a monte. Pertanto, un privato che acquisti beni ai fini di un’attività economica agisce come soggetto passivo, anche se i beni non vengono immediatamente impiegati per detta attività economica.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Di rilievo la conseguenze pratiche della sentenza. Secondo l’interpretazione della Cassazione, l’art. 19, comma 1, D.P.R. n. 633/1972, consentendo al contribuente, per le operazioni passive, cioè per i beni o servizi importati o acquistati, di portare in detrazione l’imposta addebitatagli a titolo di rivalsa dal venditore o prestatore quando si tratti di acquisto effettuato nell’esercizio di impresa, richiede, oltre alla qualità di imprenditore dell’acquirente, l’inerenza del bene o servizio acquistato all’attività imprenditoriale, intesa come strumentalità del bene o servizio stesso, ed inoltre non introduce deroga ai comuni criteri in tema di onere della prova, lasciando la dimostrazione di detta inerenza o strumentalità a carico dell’interessato, senza che la sussistenza dei predetti requisiti possa presumersi in ragione della sola qualità di società commerciale dell’acquirente.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 1578/2015

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