Lavoro

Agli italiani piace studiare all’estero: dalla Francia alla Svezia ecco dove la laurea costa (quasi) zero

Rette basse o inesistenti, servizi migliori, job placement più efficace: un numero sempre crescente di italiani sceglie di studiare all'estero
Rette basse o inesistenti, servizi migliori, job placement più efficace: un numero sempre crescente di italiani sceglie di studiare all’estero

Eccellenza low cost. Rette basse o inesistenti, servizi migliori, job placement più efficace. Un numero sempre crescente di matricole italiane sceglie l’estero: chi alla laurea triennale, chi al giro di boa della maturità. Ma quanto costa un anno tra i college di Oxford o al politecnico di Parigi?

Qualità al top, rette pure. Con i tagli all’istruzione di David Cameron, studiare in Inghilterra costa tre volte in più. Per un Bachelor of Arts, le nostre lauree triennali, la media delle rette è cresciuta da 3mila a 9mila sterline. Solo per gli studenti britannici ed europei, si intende: gli “overseas” (le matricole provenienti da Asia, Americhe e Oceania) pagano dalle 13mile sterline in su.

Paradossalmente sono più accessibili i “master”, l’equivalente dei nostri bienni di specializzazione. Ma il paradosso è solo apparente: nel Regno Unito, si tende a considerare “la laurea” il triennio di Bachelor. Il master corrisponde a una specializzazione ulteriore, appetibile per obiettivi professionali specifici o sbocchi nella ricerca. Per le facoltà umanistiche, si oscilla tra le 3.500 e i 7mila sterline.

Le cifre lievitano orientandosi sulle scienze sociali: un trampolino mondiale come il master in Finance della London School of Economics sfiora le 30mila sterline annue (£27.950). In atenei meno noti ma molto ben valutati, come York, Bristol o Durham l’asticella è in bilico tra le 10.500 sterline per gli “home students” e le oltre 19mila dei non europei. Non è casuale l’ampissima diffusione dei loan, prestiti a copertura totale per gli studenti che non riescono a mantenersi gli studi in autonomia. Con tutte le conseguenze del caso.

Basta volare un po’ più a nord, e le “fees”, le tasse universitarie, scompaiono. In Scozia non sono previste rette per gli studi triennali, mentre i master raggiungono – ampiamente – gli standard inglesi.

Vive le France (e i fondi statali). A Parigi e dintorni, i costi dell’istruzione universitaria sono (quasi) integralmente a carico dallo Stato. Il sistema accademico è ripartito in tre blocchi: le università pubbliche, le grandi Ecole, e i Grand établissement, gli istituti di ricerca ed alta educazione fondati con atto ministeriale. Le prime sono ad accesso libero; le altre due, generalmente considerate in blocco, presuppongono una selezione rigorosissima.

La fascia media di rette, fissate dal governo, fa impallidire i college inglesi. Ma anche le università italiane: una “licence” (laurea triennale) si attesta a 181 euro; un master, la magistrale, poco più: 250. I dottorati restano sotto i 400 euro (380 all’anno), e per la grandi scuole di ingegneria, inclusa la prestigiosa Ecole Polytechnique di Parigi, si arriva a un “picco” di 595. Vanno poi considerati dei costi aggiuntivi: la previdenza sociale, a iscrizione obbligatoria, richiede un esborso di 207 euro. E le spese sanitarie sono garantite per una cifra a dir poco simbolica: 5 euro.

Tutto facile, tutto economico? Non proprio. Prima di tutto, non va trascurato l’abisso qualitativo tra atenei ordinari e d’eccellenza, che sbilancia il mercato del lavoro sui secondi. In parole povere, il salto in una Ecole spiana strade ben diverse da quelle di una “qualsiasi” università statale. In seconda battuta, parte delle ècole sono a gestione privata. Con rette che hanno poco da invidiare ai cugini d’oltremanica.

Germania a costo zero. Anche in Germania, il sistema si divide in tre. Ma, in questo caso, a seconda della vocazione educativa: le 109 università (Universitäten) sono improntate a un approccio teorico, con sbocchi applicativi in stage e tirocini; i 191 istituti di formazione professionale (Fachhochschulen), sbilanciati sulla pratica lavorativa, dove i semestri di avviamento professionale sono obbligatori; i 55 istituti superiori di formazione artistica, cinematografica e musicale coprono il settore di arti figurative, moda, design industriale, musica e canto.

Le tasse universitarie possono fare cifra tonda: 0. In buona parte degli atenei tedeschi l’iscrizione è gratuita. Con la sola eccezione dei costi amministrativi, la cosidetta “tassa di semestre”: servizi di bar, manutenzione delle residenze universitarie, facilitazioni per il trasporto pubblico, carte studenti. Totale: tra i 150 e i 250 euro. Fanno eccezione gli Stati federali di Baviera, Amburgo, Sassonia del Nord e Nord Westfalia, dove si richiedono tra i 300 e i 1.000 euro all’anno. Comunque meno della media italiana, 1071 euro.

“In Scandinavia, dove tutto funziona…”. In Scandinavia, le lauree triennali sono gratuite. In Svezia, Finlandia e Norvegia, l’equivalente del Bachelor è a costo zero per gli studenti europei. O quasi: in Finlandia non sono previste rette, ma il materiale didattico è a carico degli studenti. In Norvegia, analogamente alla Germania, si impone una tassa semestrale per i servizi (tra le 300 e le 600 corone norvegesi, circa 38-76 euro). E gli studenti stranieri, prima del salto a Oslo o negli altri atenei nazionali, devono dimostrare di poter sostenere una spesa annua di 80mila corone, circa 10mila euro.

Idem in Svezia, dove le spese di mantenimento sono fissate a 7.300 corone svedesi al mese (circa 787 euro al mese). A cui si aggiungono 1.000 corone (100 euro) per l’iscrizione, e dalle 50 alle 350 (5-37 euro) per la registrazione nei club studenteschi dell’università. La seconda non è più obbligatoria dal 2010, ma garantisce una vastissima gamma di vantaggi: ristorazione, attività sportive, assistenza nella ricerca della casa. A meno che non ci si aggiudichi una borsa: lo Swedish Institute ne eroga più di 500 all’anno per i soli studenti stranieri.

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