Diritto

L’Agenzia delle Entrate deve applicare sempre i parametri più aggiornati

L'Agenzia delle Entrate deve applicare sempre i parametri più aggiornati
L’Ufficio non può applicare arbitrariamente parametri meno aggiornati soltanto per far emergere redditi standard maggiori e più convenienti per le casse dell’erario

L’Ufficio deve sempre applicare il metodo standard più aggiornato e non quello maggiormente conveniente per le casse dell’erario: è pertanto illegittimo l’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia sulla base di parametri non aggiornati, per nulla aderenti alla attività produttiva esercitata dal contribuente e volti esclusivamente a far emergere un maggiore scostamento. Ad affermarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 26511 del 17 dicembre 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da un avviso di accertamento ai fini IVA, IRPEF ed IRAP, con cui l’Agenzia delle Entrate rettificava per l’anno 1998 nei confronti di un contribuente maggiori ricavi, in virtù dello scostamento tra quelli effettivamente dichiarati e quelli che, invece, avrebbe dovuto dichiarare, secondo l’applicazione dello “standard” di riferimento.

In particolare, l’Ufficio, in fase precontenziosa, dopo aver appreso che nell’anno 1998 il contribuente si era dedicato alla gestione dell’impresa paterna, proponeva una riduzione del 50% dei compensi accertati. Tuttavia, a seguito del rifiuto del contribuente, l’Agenzia notificava l’avviso di accertamento basato, però, su parametri non aggiornati, idonei a far emergere un maggiore scostamento economico e, pertanto, maggiori imposte evase.

L’atto impositivo veniva così impugnato dal contribuente davanti al giudice tributario. Con i principali motivi di impugnazione, egli contestava sia il mancato riferimento nell’avviso delle giustificazioni da lui fornite in fase precontenziosa, sia l’attribuzione ai parametri di prova sufficiente per giustificare l’accertamento e sia il fatto che l’Ufficio avesse preso ad esclusivo riferimento parametri non aggiornati e più sfavorevoli al contribuente.

Le Corti territoriali rigettavano il ricorso del contribuente ed, in particolare, i giudici di secondo grado evidenziavano che la motivazione dell’atto impositivo faceva espresso riferimento al contraddittorio avvenuto in fase precontenziosa e che l’avviso non era stato pertanto emesso sulla base della sola applicazione dei parametri.
In relazione, invece, all’applicazione di parametri non aggiornati, la CTR ometteva di pronunciarsi, pur essendo questo un profilo esplicitamente contestato dal contribuente.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione non ha accolto i motivi riproposti dal contribuente, salvo quello relativo all’applicazione di parametri non aggiornati. In particolare, gli Ermellini, soltanto su tale punto, hanno cassato la sentenza rinviando la causa al giudice di secondo grado il quale dovrà pronunciarsi secondo il principio affermato dalla Suprema Corte.

Al riguardo, è bene precisare che la Suprema Corte, sulla scorta di un orientamento giurisprudenziale oramai pacifico (Cass. SS.UU. n. 26635/2009), ha ribadito che l’Agenzia non ha possibilità di scelta in merito a quali parametri applicare per rilevare la percentuale di scostamento tra i redditi dichiarati e quelli che sarebbero dovuti essere stati dichiarati dal contribuente. Infatti, in ragione dei principi di imparzialità della P.A. e di efficienza dell’accertamento tributario, l’Ufficio non può applicare arbitrariamente parametri meno aggiornati soltanto per far emergere redditi standard maggiori e più convenienti per le casse dell’erario. Su tale punto, infatti, l’azione accertatrice dell’Ufficio è assolutamente vincolata all’utilizzo degli strumenti più recenti di rilevamento di redditività dei contribuenti. Peraltro, i parametri più recenti rispecchiano in maniera più fedele, rispetto a quelli passati, la realtà produttiva che si prende di volta in volta in esame. Diversamente, sarà compito del giudice tributario disporre l’applicazione del parametro più aggiornato al fine di definire correttamente il rapporto obbligatorio oggetto della controversia.

In relazione al motivo accolto dai giudici di legittimità, emerge che l’Agenzia ha agito in via del tutto illegittima, ponendo in essere una condotta piuttosto parziale e lontana dai principi costituzionali che regolano l’azione della pubblica amministrazione.
Nel merito, infatti, la sentenza è estremamente interessante perché relativa ad un principio già espresso dalla giurisprudenza a tutela del contribuente secondo cui non vi può essere spazio ad alcuna scelta discrezionale da parte dell’Ufficio nell’applicazione dei parametri. Sul punto, infatti, la giurisprudenza (Cass SS.UU. n. 26635/2009) ha più volte chiarito che l’Amministrazione finanziaria deve fare esclusivo riferimento ai metodi più aggiornati poiché più affidabili e maggiormente aderenti alle attività esercitate dai contribuenti, con conseguente disapplicazione di quelli passati.

Approfondimento

L’art. 3, comma 184, legge n. 549/1995 dispone che l’Agenzia delle Entrate elabora i parametri secondo cui sono determinati i ricavi, i compensi e i volumi d’affari attribuibili al contribuente in base alle caratteristiche e alle condizioni con cui esercita la propria attività. Tali parametri sono resi pubblici mediante la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale entro 30 giorni dalla loro approvazione. Essi costituiscono presunzioni semplici e pertanto, da soli, non possono costituire una motivazione sufficiente a fondare un avviso di accertamento. Essi, invero, oltre a dover rappresentare fedelmente l’attività posta in essere dal contribuente soggetto alla verifica, devono essere sempre applicata nella loro versione più aggiornata.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 26511/2014

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