Diritto

Addebito della separazione al coniuge che rendendo insostenibile la convivenza induca l’altro ad abbandonare il tetto familiare

Scatta l'addebito della separazione, per il coniuge che abbia reso insostenibile la convivenza, inducendo l'altro ad abbandonare il tetto familiare
Scatta l’addebito della separazione, per il coniuge che abbia reso insostenibile la convivenza, inducendo l’altro ad abbandonare il tetto familiare

Scatta l’addebito della separazione, per il coniuge che abbia reso insostenibile la convivenza, inducendo l’altro ad abbandonare il tetto familiare. È giustificato, dunque, l’allontanamento da casa della moglie che, vittima di soprusi, fisici e psicologici, sia stata costretta a trovare un’altra sistemazione. Lo precisa il tribunale di Ancona, in composizione collegiale, con la sentenza n. 185 del 2013.

Ad avviare la causa, la decisione di una donna di separarsi dal marito, colpevole di avere commesso gravi violazioni degli obblighi matrimoniali. L’uomo, secondo la ricostruzione processuale, avrebbe usato ripetutamente violenza, verbale e materiale, riducendola a vivere «in un costante clima di terrore», come si legge nella pronuncia. Per un lungo periodo, la donna era riuscita a sopportare ogni prevaricazione, per «amore dei suoi figli», «nella speranza che le cose potessero migliorare». Ma poi gli eventi erano precipitati e lei aveva deciso di troncare ogni rapporto con il partner. La perdita del lavoro, infatti, e la subentrata seria dipendenza da sostanze alcoliche, avevano reso il marito più violento. In particolare, un nuovo episodio di violenza del marito aveva fatto propendere la moglie ad allontanarsi dall’abitazione familiare e chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. L’uomo è stato quindi arrestato e poi sottoposto agli arresti domiciliari. In questo quadro, viene da sé la richiesta della donna di separazione con addebito al convenuto, unico responsabile della fine del matrimonio.

Concorda il tribunale che la rottura dell’unione deve essere addebitata esclusivamente al comportamento «violento e aggressivo» del marito, mentre non rileva il fatto che la moglie avesse abbandonato di sua iniziativa, la casa familiare. In un contesto come quello descritto, connotato da vessazioni, fisiche e psicologiche, è «evidente – spiegano i giudici – l’intollerabilità della convivenza», che ha indotto la ricorrente a lasciare momentaneamente la propria abitazione. Sussistono, pertanto, i presupposti per pronunciare la separazione, non potendosi più ricostituire alcuna forma di comunione materiale e spirituale della coppia, data la «gravità delle condotte poste in essere dal convenuto». Assolutamente fondata, poi, è la richiesta di addebito formulata dall’istante: l’irrimediabile «crisi coniugale è ricollegabile esclusivamente al comportamento aggressivo e violento del marito che ha provocato l’allontanamento» della donna, compromettendo definitivamente il rapporto tra le parti».

Il tribunale di Ancona si inserisce così nel solco delle pronunce della Cassazione, che hanno affermato che la separazione non si può addebitare a chi, in concreto, ha abbandonato unilateralmente l’abitazione, se la decisione è stata dettata da una condizione di intollerabilità della convivenza (si veda la sentenza della Cassazione 2059 del 2012). È quindi legittimo il trasferimento, provocato da una “giusta causa” (sentenza della Cassazione 4540 del 2011), come i reiterati maltrattamenti, fisici e psicologici.

Nel caso esaminato dal tribunale di Ancona, la condotta del marito è ritenuta tanto grave da motivare anche l’affidamento esclusivo del figlio minore alla madre. Una decisione, imposta dall’atteggiamento aggressivo del padre, dalla gravità e abitualità delle sue azioni e dal breve lasso di tempo trascorso dai fatti contestati. Il tribunale puntualizza infatti che i reati commessi dall’uomo – seppur rivolti solo alla coniuge, e non anche ai figli – evidenziano «una inidoneità educativa e carenze nella capacità genitoriale» che sconsigliano l’affidamento condiviso del minore».

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