Diritto

Accertamento tecnico preventivo invalidità: dichiarazione di dissenso prima del decreto di omologa

Accertamento tecnico preventivo invalidità: dichiarazione di dissenso prima del decreto di omologa
La dichiarazione di dissenso che la parte deve formulare al fine di evitare l’emissione del decreto di omologa dell’a.t.p.può avere ad oggetto sia le conclusioni cui è pervenuto il c.t.u., sia gli aspetti preliminari che sono stati oggetto della verifica giudiziale e ritenuti non preclusivi dell’ulteriore corso, relativi ai presupposti processuali ed alle condizioni dell’azione così come sopra delineati; in caso di contestazione circa la possibilità del giudice di ratificare l’accertamento medico, si apre un procedimento secondo il rito ordinario, con onere della parte dissenziente di proporre al giudice, in un termine perentorio, un ricorso in cui, a pena di inammissibilità, deve specificare i motivi della contestazione

In tema di previdenza (nel caso di specie riconoscimento d’invalidità al 100%) la dichiarazione di dissenso che la parte deve formulare al fine di evitare l’emissione del decreto di omologa dell’accertamento tecnico preventivo, può avere ad oggetto sia le conclusioni cui è pervenuto il consulente tecnico d’ufficio, sia gli aspetti preliminari che sono stati oggetto della verifica giudiziale e ritenuti non preclusivi dell’ulteriore corso, relativi ai presupposti processuali ed alle condizioni dell’azione così come sopra delineati; in caso di contestazione circa la possibilità del giudice di ratificare l’accertamento medico, si apre un procedimento secondo il rito ordinario, con onere della parte dissenziente di proporre al giudice, in un termine perentorio, un ricorso in cui, a pena di inammissibilità, deve specificare i motivi della contestazione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8533 del 27 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato dall’INPS avverso le risultanze dell’accertamento tecnico preventivo richiesto dalla signora A.P.V., che aveva accertato la sussistenza di un’invalidità del 100%. Il Tribunale dichiarava inammissibile il ricorso per carenza di interesse, rilevando che il consulente d’ufficio non aveva riconosciuto la necessità dell’accompagnamento, che costituiva requisito per l’indennità richiesta con la previa domanda amministrativa e successivamente con la proposizione del ricorso per l’accertamento tecnico preventivo.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’INPS, in particolare sostenendo che la pronuncia del Tribunale non aveva trovato corrispondenza nelle domande delle parti, poiché la signora A.P.V. aveva richiesto in sede di accertamento tecnico preventivo l’accertamento dei requisiti sia per la pensione di inabilità che per l’indennità di accompagnamento, entrambe oggetto della domanda presentata in sede amministrativa, sicché sussisteva l’interesse dell’INPS alla contestazione dell’accertamento che aveva riconosciuto l’invalidità del 100%.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’INPS. Sul punto, osservano gli Ermellini, l’ammissibilità dell’accertamento tecnico preventivo presuppone che l’accertamento medico-legale, pur sempre richiesto in vista di una prestazione previdenziale o assistenziale, risponda ad un concreto interesse del ricorrente, dovendo escludersi che esso possa essere totalmente avulso dalla sussistenza di qualsivoglia ulteriore presupposto richiesto dalla legge per il riconoscimento dei diritti corrispondenti allo stato di invalidità allegato dal ricorrente, con il rischio di una proliferazione incontrollata ed incontrollabile del contenzioso sanitario.

Ne consegue quindi – ed è questo il principio di diritto di grande rilievo affermato dalla Cassazione – che l’ammissibilità dell’a.t.p.o. richiede che il giudice adito accerti sommariamente, nella verifica dei presupposti processuali, oltre alla propria competenza, anche la ricorrenza di una delle ipotesi per le quali è previsto il ricorso alla procedura prevista dall’art. 445-bis c.p.c., nonché la presentazione della domanda amministrativa, l’eventuale presentazione del ricorso amministrativo, la tempestività del ricorso giudiziario; ed inoltre il profilo dell’interesse ad agire dovrà, dal giudice, essere valutato nella prospettiva dell’utilità dell’accertamento medico richiesto al fine di ottenere il riconoscimento del diritto soggettivo sostanziale di cui l’istante si afferma titolare, utilità che potrebbe difettare ove manifestamente manchino, con una valutazione prima facie, altri presupposti della prestazione previdenziale o assistenziale in vista della quale il ricorrente domanda l’a.t.p.

Solo qualora tale verifica abbia dato esito positivo e sussistano, sulla base della prospettazione effettuata dal ricorrente, i requisiti per darsi ingresso all’accertamento tecnico, il giudice potrà proseguire nella procedura descritta dalla disposizione, dovendo altrimenti dichiarare il ricorso inammissibile, con pronuncia priva di incidenza con efficacia di giudicato su situazioni soggettive di natura sostanziale, che non preclude l’ordinario giudizio di cognizione sul diritto vantato.
Se invece una delle parti contesti (non solo le conclusioni del c.t.u., ma complessivamente) la possibilità del giudice di ratificare l’accertamento medico, si apre un procedimento secondo il rito ordinario, con onere della parte dissenziente di proporre al giudice, in un termine perentorio, un ricorso in cui, a pena di inammissibilità, deve specificare i motivi della contestazione.

Segue, dunque, per gli Ermellini, che l’INPS aveva l’interesse a contestare le conclusioni del C.t.U., che accertavano la sussistenza delle condizioni per una delle due prestazioni cui era finalizzato il ricorso per a.t.p.o., ovvero la pensione di inabilità.

L’intervento attuato con l’introduzione della nuova norma processuale che prevede il c.d. accertamento tecnico preventivo (art. 445-bis c.p.c.), ha avuto il dichiarato fine di realizzare una maggiore economicità dell’azione amministrativa, di deflazionare il contenzioso e di contenere la durata dei processi previdenziali nei termini di ragionevolezza sanciti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Il legislatore ha così ritenuto che l’elemento sanitario nella maggior parte dei casi assuma valore risolutivo delle controversie in questione, sicché l’anticipazione di tale aspetto può sortire un effetto acceleratorio e deflativo del contenzioso.
Con la nuova norma il legislatore ha introdotto, limitatamente al procedimento per a.t.p.o., un accertamento giudiziale delle condizioni sanitarie, ma sempre strumentale e preordinato all’adozione del provvedimento di attribuzione di una prestazione previdenziale o assistenziale, che dev’essere indicata nel ricorso. Tale accertamento, qualora divenuto definitivo con il decreto di omologa, sarà poi vincolante anche nei confronti del soggetto competente per l’erogazione, che dovrà limitarsi all’accertamento dei requisiti giuridico-economici.
L’ammissibilità dell’a.t.p.o. richiede che il giudice adito accerti sommariamente, nella verifica dei presupposti processuali, oltre alla propria competenza, anche la ricorrenza di una delle ipotesi per le quali è previsto il ricorso alla procedura prevista dall’art. 445-bis c.p.c., nonché la presentazione della domanda amministrativa, l’eventuale presentazione del ricorso amministrativo, la tempestività del ricorso giudiziario; ed inoltre il profilo dell’interesse ad agire dovrà, dal giudice, essere valutato nella prospettiva dell’utilità dell’accertamento medico richiesto al fine di ottenere il riconoscimento del diritto soggettivo sostanziale di cui l’istante si afferma titolare, utilità che potrebbe difettare ove manifestamente manchino, con una valutazione prima facie, altri presupposti della prestazione previdenziale o assistenziale in vista della quale il ricorrente domanda l’a.t.p.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 8533/2015

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