Diritto

Accertamento nullo se l’ufficio ignora le giustificazioni fornite dal contribuente

Accertamento nullo se l’ufficio ignora le giustificazioni fornite dal contribuente
È nullo l’accertamento se l’ufficio non considera le giustificazioni fornite dal contribuente prima dell’emissione dell’atto con una memoria scritta

La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6971 dell’8 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da un invito al contraddittorio notificato ad un professionista per la definizione dell’accertamento in corso dei redditi del 1996, poiché – in applicazione di parametri presuntivi – sulla base dell’entità delle spese per acquisti finalizzati alla produzione del reddito professionale ed alla consistenza dei beni strumentali impiegati, risultavano accertati ricavi in misura superiore a quella dichiarata dal contribuente.
Il professionista aveva così inviato all’ufficio una relazione illustrativa con la relativa documentazione.
In seguito, l’ufficio aveva provveduto a notificare al contribuente un avviso di accertamento, con il quale recuperava a tassazione l’IRPEF e l’IVA non versati, in relazione ai maggiori compensi determinati in via presuntiva, irrogando le relative sanzioni.

L’atto impositivo veniva impugnato dal professionista dinanzi alla CTP, che rigettava il ricorso.

In sede di gravame anche la CTR ha rigettato l’appello, ritenendo del tutto legittima l’applicazione, nel caso di specie, dei parametri presuntivi di cui al D.P.C.M. 29.1.96, all’esito del contraddittorio che reputava regolarmente instaurato con il contribuente nella fase amministrativa.

Nel ricorso per cassazione, per quello che interessa in questa sede, il contribuente censura la decisione della CTR per avere ritenuto che il contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria si fosse correttamente svolto. Per contro, non soltanto – a seguito della notifica dell’invito al contraddittorio ed alla trasmissione di una relazione illustrativa con allegata documentazione – l’ufficio avrebbe emesso l’avviso di accertamento prima della data fissata per un incontro con il contribuente, ma nell’atto impositivo l’Amministrazione non avrebbe, altresì, in alcun modo preso in considerazione le ragioni addotte dal professionista ed i documenti dal medesimo esibiti. Ne discenderebbe, a parere del ricorrente, la nullità dell’avviso di accertamento impugnato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dal professionista. Sul punto, secondo il costante insegnamento della Suprema Corte, la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” (art. 2728 del codice civile) determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.

In una lettura costituzionalmente orientata (artt. 3, 24 e 53 Cost.) delle norme sull’applicazione dei parametri o degli studi di settore, infatti, il ricorso agli elementi da essi desumibili non può che dare luogo ad una presunzione semplice, la cui idoneità probatoria è rimessa all’esame del giudice di merito. Siffatta valutazione di idoneità non potrà, difatti, che essere operata dal giudicante sulla base della comparazione tra i dati desumibili dai suddetti indici parametrici e le risultanze del contraddittorio, che i parametri costituzionali succitati esigono sia indefettibilmente instaurato con il contribuente, anche a prescindere da previsioni normative espresse in tal senso.

L’attuazione di un contraddittorio preventivo – valorizzata, altresì, dalla previsione della procedura di accertamento con adesione, contenuta nell’art. 5 del D.Lgs. n. 218/97, nonché dalla disposizione secondo cui i professionisti e gli imprenditori in contabilità ordinaria possono essere destinatari di un accertamento con l’applicazione dei parametri in parola solo laddove la contabilità risulti inattendibile a seguito di un verbale di ispezione (art. 3, comma 181, lett. b), legge n. 549/95) – consentendo la personalizzazione dell’accertamento pararametrico, in relazione alle diverse situazioni gestionali ed alla localizzazione dell’attività svolta dal contribuente, viene – per vero – a porsi come un efficace correttivo dell’astrattezza dell’elaborazione statistica propria dei parametri in questione. Alla stregua di tale impostazione – in una prospettiva costituzionalmente orientata – viene, pertanto, ad evitarsi che il metodo di accertamento si traduca in un’inammissibile determinazione automatica del reddito del contribuente, senza che quest’ultimo abbia avuto la possibilità di interloquire in alcun modo al riguardo.

Da ciò discende, per un verso, che in sede di contraddittorio preventivo il contribuente ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” o la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame, per altro verso, che la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento dai parametri, altrimenti vanificandosi del tutto le finalità del contraddittorio, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello “standard” prescelto e con l’indicazione delle ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente. Per il che, l’ufficio può motivare l’accertamento esclusivamente in base dell’applicazione degli “standards”, nella sola ipotesi in cui il contribuente non aderisca all’invito al contraddittorio, rimanendo del tutto inerte. In tal caso, infatti, l’Amministrazione – in assenza di elementi di segno contrario offerti dal soggetto sottoposto ad accertamento – non potrà che dare conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, mentre la mancata risposta da parte di quest’ultimo dovrà essere valutata dal giudice, nel quadro probatorio emergente dagli atti del giudizio.

Nel caso di specie, l’ufficio – non soltanto ha emesso l’atto impositivo prima dell’incontro fissato con il contribuente – ma, cosa ben più grave, non ha tenuto in alcun conto, nel motivare tale atto, né le ragioni dal medesimo fatte valere con la relazione illustrativa, né la documentazione ad essa allegata, l’una e l’altra inviate all’Amministrazione a seguito della notifica dell’invito al contraddittorio.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata.

La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 6971/2015

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