Diritto

Accertamento nullo per il mancato rispetto dei 60 giorni dalla verifica

Accertamento nullo per il mancato rispetto dei 60 giorni dalla verifica
Nullo l’avviso di accertamento emesso e notificato al contribuente prima dell’effettiva decorrenza dei 60 giorni dal termine di chiusura delle indagini svolte. Il divieto di emanare atti impositivi prima del decorso dei 60 giorni riguarda, infatti, non solo l’ipotesi di verifica che si concluda con un PVC, bensì qualsiasi attività di indagine, verifica o controllo

E’ nullo l’avviso di accertamento emesso e notificato al contribuente prima dell’effettiva decorrenza dei 60 giorni dal termine di chiusura delle indagini svolte. Il divieto di emanare atti impositivi prima del decorso dei 60 giorni riguarda, infatti, non solo l’ipotesi di verifica che si concluda con un PVC, bensì qualsiasi attività di indagine, verifica o controllo.

Inoltre, l’Ufficio non può avvalersi del raddoppio dei termini dell’accertamento, in presenza di reato tributario, qualora non produca in giudizio la denuncia penale. Sono questi, in sintesi, gli importanti principi espressi dalla CTR Lombardia con la sentenza n. 118/19/13 del 29 ottobre 2013.

IL CASO

L’Agenzia delle Entrate emetteva diversi avvisi di accertamento nei confronti di una società per la ripresa a tassazione di alcune operazioni contabili poste in essere dalla stessa (conferimento, fusione e affitto d’azienda).

La contribuente impugnava l’atto innanzi alla Commissione tributaria provinciale competente, lamentando, in via preliminare, la violazione dell’art. 12, comma 7, legge n. 212/2000 (Statuto del contribuente): infatti, gli avvisi di accertamento erano stati notificati prima dei 60 giorni dalla notifica del PVC di contestazione.

La CTP, tuttavia, respingeva il ricorso della società, condividendo le tesi dell’Ufficio. Secondo i giudici del primo grado, infatti, vi era stata la corretta applicazione dell’art. 12 citato dal momento che, nel caso di specie, l’Ufficio aveva effettuato un accesso per acquisire dei documenti, non una verifica.

La posizione della società accertata non è stata oggetto di verifica fiscale e gli atti di accertamento non sono stati preceduti da notifica di un processo verbale di constatazione (PVC); l’Ufficio, infatti, dopo aver acquisito documentazione direttamente presso la sede della società (attività di mero accesso documentale) ha notificato gli atti impugnati.

Non era, pertanto, necessario rispettare i termini previsti dall’art. 12, comma 7.

LA NORMATIVA

Si ricorda che l’art. 12, comma 7, dello Statuto dei diritti del contribuente prescrive che “nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza”.

La norma costituisce uno dei principi generali dell’ordinamento tributario e, in sostanza, prevede una sorta di contraddittorio anticipato tra contribuente ed amministrazione al fine non solo di fornire maggiori garanzia al primo, ma anche maggiore efficacia all’accertamento tributario.

Il mancato rispetto dei 60 giorni è consentito solo qualora vi siano particolari ragioni di urgenza. Le stesse devono essere espressamente indicate nell’atto impositivo, in conformità al generale obbligo di motivazione degli atti amministrativi.

I MOTIVI DI APPELLO

Avverso la sentenza della CTP, la contribuente proponeva appello innanzi la competente CTR, lamentando, nuovamente, la violazione della norma sopra richiamata. In particolare, secondo la difesa, l’Ufficio aveva redatto gli atti impositivi, datati 12 dicembre 2011, addirittura prima della conclusione dell’attività di verifica (15 dicembre 2011) e quindi anche prima di aver acquisito la documentazione prodotta dalla contribuente ed a quest’ultima espressamente richiesta dagli stessi verificatori.

Di conseguenza, l’Amministrazione aveva violato le più elementari garanzie poste a difesa del contribuente verso un’attività ispettiva sostanziale posta in essere dall’Ufficio, il quale ha addirittura omesso di redigere un atto conclusivo delle operazioni di controllo espletate.

Il tutto nonostante l’art. 12, comma 7, legge n. 212/2000 fosse stato richiamato dagli stessi funzionari nel processo verbale di accesso e acquisizione documentale redatto e consegnato alla contribuente, nel corso della verifica effettuata.

LA DECISIONE DELLA CTR

La Commissione tributaria regionale di Milano, con la sentenza n. 118/19/13, depositata il 29 ottobre 2013, ha accolto l’appello della contribuente.

Secondo i giudici del gravame, infatti, risulta fondata la doglianza della società relativa alla nullità degli avvisi di accertamento per violazione dell’art. 12.

Infatti, è stata più volte sottolineata dalla giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, la nullità dell’avviso di accertamento qualora sia stato emesso e notificato al contribuente prima dell’effettiva decorrenza dei 60 giorni dal termine di chiusura delle indagini svolte.

Il divieto di emanare atti impositivi prima del decorso di tale termine, inoltre, riguarda non solo l’ipotesi del PVC, bensì qualsiasi attività di indagineverifica o controllo, indipendentemente dalla denominazione tecnica utilizzata dall’Ufficio (Cass., sentenza n. 18906/2011; CTR Milano, sentenza n. 4/12/12).

Pertanto, la distinzione tra verifica vera e propria e mero accesso per acquisizione di documenti prospettata dall’Amministrazione non trova riscontro nella normativa di riferimento, la quale si riferisce in maniera generica al processo verbale di chiusura delle operazioni di verifica e non al solo PVC.

Il collegio richiama, a tal proposito, anche la recente sentenza delle Sezioni Unite (sentenza n. 18184/2013) la quale aveva affermato che l’inosservanza del termine di 60 giorni per l’emanazione dell’accertamento determina, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, l’illegittimità dell’atto impositivo emesso ante tempus. Detto termine, infatti, è posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, il quale costituisce primaria espressione di principi costituzionali.

Nel caso di specie, gli avvisi di accertamento erano stati emessi ancor prima dell’emissione del processo verbale di chiusura delle operazioni. Pertanto, accertato il mancato rispetto del termine di cui all’art. 12, gli avvisi di accertamento devono essere dichiarati nulli.

RADDOPPIO DEI TERMINI DA REATO

La stessa sentenza ha inoltre affermato il principio per cui l’Ufficio non può avvalersi del raddoppio dei termini dell’accertamento, in presenza di reato tributario, qualora non produca in giudizio la denuncia penale.

L’Ufficio, infatti, aveva notificato gli atti impositivi relativi ai periodi d’imposta 2003, 2004 e 2005, ormai decaduti i normali termini per l’accertamento, avvalendosi del raddoppio dei termini previsto dal comma 3 dell’art. 43, D.P.R. n. 600/1973, così come modificato dal D.L. n. 223/2006, a seguito di una asserita notizia di reato citata ma non allegata agli atti impositivi.

La difesa della contribuente aveva quindi lamentato l’illegittimità dell’operato dell’Amministrazione, sia perché nemmeno nel giudizio tributario era stata prodotta la denuncia penale, sia perché i reati, nelle more, erano andati prescritti.

La CTR, come detto, ha accolto anche tale motivo di impugnazione.

Ctr Lombardia – Sentenza N. 118/2013

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