Diritto

Accertamento induttivo: legittimo l’utilizzo degli studi di settore

Accertamento induttivo: legittimo l'utilizzo degli studi di settore
Gli studi di settore sono legittimi ai fini dell’accertamento induttivo del reddito ove utilizzati dall’ufficio in guisa di strumento di valutazione di una situazione reddituale contabilmente inattendibile

Gli studi di settore, coerentemente con la loro natura di estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali elaborati sulla base dell’analisi delle dichiarazioni di un campione di contribuenti, sono legittimi ai fini dell’accertamento induttivo del reddito ove utilizzati dall’ufficio in guisa di strumento di valutazione di una situazione reddituale contabilmente inattendibile, in adesione ad un modello procedimentale che la giurisprudenza della Corte ha più volte riconosciuto legittimo allorché ha identificato gli studi di settore quali supporti razionali offerti dall’amministrazione al giudice. I dati in tal modo presunti possono essere utilizzati dall’ufficio anche in contrasto con le risultanze di scritture contabili regolarmente tenute, finché non ne sia dimostrata l’infondatezza mediante idonea prova contraria, il cui onere è a carico del contribuente. Sono questi i principi affermati dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 5354 del 18 marzo 2015.

IL FATTO
A seguito di una verifica fiscale d’ufficio per l’anno di imposta 2003, che aveva documentato anche mediante l’applicazione di studi settore l’esistenza di ricavi non contabilizzati e di costi indeducibili, oltre all’indebita applicazione di un’aliquota agevolata su talune fatture, veniva notificato ad una società un avviso di accertamento a mezzo del quale l’ufficio contestava gli anzidetti rilievi, rettificava le corrispondenti dichiarazioni ai fini IVA, IRPEG ed IRAP della contribuente e liquidava le maggiori imposte dovute, oltre alle sanzioni e agli interessi.

Avverso la sentenza di primo grado, favorevole alla contribuente, l’ufficio interponeva appello, che veniva parzialmente accolto dalla CTR Lombardia sulla base della considerazione che la determinazione in punto di ricavi, conseguente all’esclusione dal calcolo delle rimanenze iscritte a bilancio per euro 295.000,00, era nella specie suffragata dalla constatazione che “l’inserimento della cifra accennata fra le rimanenze non è stata mai documentata dall’appellata in alcuna fase sia della verifica che del contenzioso, rendendo pertanto definitiva la contestazione; e che, quanto ai costi ritenuti indeducibili, “la mancata produzione documentale al riguardo in sede di verifica e la mancata contestazione in primo grado (…) ne determinano l’inevitabile definitività”.

Nel ricorso per cassazione, la contribuente censura il decisum della Corte territoriale sul rilievo che l’accertamento induttivo possa essere disposto in presenza di “gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili (…) dagli studi di settore (…). Nel caso di specie l’ufficio aveva proceduto all’accertamento induttivo per scostamento dei ricavi determinabili in base ai parametri di cui agli studi di settore, nonostante i ricavi dichiarati non fossero inferiori al livello di congruità” e, ciò malgrado, la CTR aveva riconosciuto la legittimità di tale operato “senza spiegare il perché ed, in particolare, senza motivare in ordine alla sussistenza o meno dei presupposti richiesti dall’art. 62-sexies del D.L. n. 331/93″.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dalla contribuente. In particolare, l’art. 62-sexies del D.L. n. 331/93, convertito dalla legge n. 427/93 al terzo comma prevede che “gli accertamenti di cui agli articoli 39, primo comma, lettera d), del decreto del Presidente della Repubblica 27 settembre 1973, n. 600 e successive modificazioni e 54 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633 e successive modificazioni, possono essere fondati anche sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, ovvero dagli studi di settore elaborati ai sensi dell’articolo 62-bis del presente decreto”. A sua volta l’art. 10, comma 1, della legge n. 146/98 stabilisce che “gli accertamenti basati sugli studi di settore, di cui al 62-sexies del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, convertito con modificazioni dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427 sono effettuati nei confronti dei contribuenti con le modalità di cui al presente articolo qualora l’ammontare dei ricavi o compensi dichiarati risulta inferiore all’ammontare dei ricavi o compensi determinabili sulla base degli studi stessi”.

Nel caso di specie, osservano gli Ermellini come fosse sfuggito alla contribuente che l’accertamento in questione aveva preso avvio da un controllo condotto sulla sua contabilità, all’esito del quale era stata accertata “l’illegittima iscrizione in bilancio tra le rimanenze d’esercizio dell’ammontare di euro 295.000, originati da una analisi a campione sulle rimanenze al 31.12.2003 relativamente alla voce noleggi vari di pari importo, per la quale pur avendo richiesto chiarimenti e documenti a titolo di prova, non aveva ottenuto alcunché dalla parte appellata”. L’ufficio, aggiungono sempre i giudici di appello riferendo le posizioni della contribuente, “non aveva applicato passivamente gli studi di settore, ma solo per rideterminare l’ammontare dei ricavi dichiarati”, che “quindi erano stati ricostruiti sulla base dei dati contabili dei costi, dichiarati dalla parte e ritenuti legittimi, riconosciuti come tali anche dal primo giudice”.
Dunque, come si apprende dalle puntualizzazioni risultanti dalla difesa dell’ufficio, nella specie non si era proceduto alla rideterminazione induttiva del reddito in base all’applicazione degli studi di settore, di modo che potesse plausibilmente sostenersi che, non risultando alcuna grave incongruenza tra ricavi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi di settore, l’accertamento sia illegittimo.

Contrariamente a quanto assunto dalla contribuente, gli studi di settore, coerentemente alla loro natura di “estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali elaborati sulla base dell’analisi delle dichiarazioni di un campione di contribuenti” (in questi termini si esprimono le SS.UU. 26635/09), sono stati utilizzati dall’ufficio in guisa di strumento di valutazione di una situazione reddituale contabilmente inattendibile, in adesione ad un modello procedimentale che la giurisprudenza della Corte ha più volte riconosciuto legittimo allorché ha identificato gli studi di settore “quali supporti razionali offerti dall’amministrazione al giudice” ed ha ritenuto che “i dati in tal modo presunti possono essere utilizzati dall’ufficio anche in contrasto con le risultanze di scritture contabili regolarmente tenute, finché non ne sia dimostrata l’infondatezza mediante idonea prova contraria, il cui onere è a carico del contribuente”.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 5354/2015

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