Diritto

Accertamento induttivo legittimo anche in presenza di contabilità formalmente regolare

Accertamento induttivo legittimo anche in presenza di contabilità formalmente regolare
In tema di accertamento IVA, il ricorso al metodo induttivo è legittimo, anche in presenza di una contabilità formalmente regolare, sulla base di altri documenti o scritture contabili (diverse da quelle previste dalla legge) o in riferimento ad “altri dati e notizie” raccolti nei modi prescritti dalla legge

Con la sentenza n. 25330 del 28 novembre 2014, la Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di accertamento IVA, precisando che il ricorso al metodo induttivo è legittimo, anche in presenza di una contabilità formalmente regolare, sulla base di altri documenti o scritture contabili (diverse da quelle previste dalla legge), o in riferimento ad “altri dati e notizie” raccolti nei modi prescritti dalla legge, potendo le conseguenti omissioni o false o inesatte indicazioni essere indirettamente desunte da tali risultanze, ovvero anche in esito a presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la CTR del Lazio ha rigettato l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione del giudice di primo grado che aveva annullato l’avviso di rettifica parziale per omessa dichiarazione di utili ai fini IVA, per l’anno 1997, nei confronti di una società.

In particolare, la CTR ha escluso la bontà del rilievo, contenuto nel PVC della Guardia di Finanza, secondo cui la società farebbe parte di un gruppo imprenditoriale esercente attività turistiche e alberghiere, rilevando che “l’insieme delle società verificate non costituisce gruppo di imprese ai fini fiscali né secondo la disciplina civilistica”; ha considerato, inoltre, che l’assunto secondo cui i finanziamenti infruttiferi dei soci costituirebbero ricavi non dichiarati era stato da costoro smentito mediante difese che non erano state contestate dall’Ufficio, evidenziando che non era stata fornita nessuna prova diretta dell’ asserita evasione fiscale.

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione della sentenza, in particolare dolendosi, per quanto di interesse in questa sede, per avere la CTR annullato l’atto impositivo, addossando all’Ufficio l’onere di fornire “prova diretta” dell’evasione, quando, invece, incombeva al contribuente di fornire la prova contraria rispetto a quanto presuntivamente accertato dall’Ufficio.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. In particolare, la Suprema Corte ricorda come il ricorso al metodo induttivo sia legittimo, anche in presenza di una contabilità formalmente regolare, ai sensi dell’art. 54 del D.P.R. n. 633 del 1972, sulla base di altri documenti o scritture contabili (diverse da quelle previste dalla legge), o in riferimento ad “altri dati e notizie” raccolti nei modi prescritti dalla legge, potendo le conseguenti omissioni o false o inesatte indicazioni essere indirettamente desunte da tali risultanze, ovvero anche in esito a presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti (cfr. da ultimo, Cass. n. 16068 del 2014). In quest’ultimo caso, la presunzione ha valore autonomo di prova della pretesa fiscale e produce, quindi, l’effetto di spostare sul contribuente l’onere della prova contraria (Cass. n. 9203 del 2008), fermo restando che l’apprezzamento in ordine alla ricorrenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza degli indizi utilizzati dall’Ufficio attiene alla valutazione dei mezzi di prova, rimesso in via esclusiva al giudice di merito, e censurabile in sede di legittimità sotto il profilo della congruità della relativa motivazione.

Nel caso in esame, secondo la Cassazione, gli argomenti addotti dal giudice del merito, per pervenire al suo convincimento, incorrono nell’afferente censura: la CTR non solo ha escluso il collegamento tra la società contribuente e le altre verificate, che era stato riferito sia alla ridotta compagine sociale sia all’esistenza di rimesse di denaro (in relazione a pagamenti di fatture da società del gruppo mediante provvista fornita da altra società), argomentando, in modo incoerente, dalla disciplina per la fruizione della contabilità di gruppo e al rapporto di controllo tra società, ma ha anche enunciato, in modo incongruo, le ragioni della ritenuta insussistenza di utili non dichiarati, affermando non contestate le difese svolte al riguardo dai soci, malgrado il tenore dell’atto d’appello, con cui si insisteva per la declaratoria di legittimità della ripresa, e si richiamavano le risultanze dell’indagine condotta dalla G.d.F, idonee a documentare, secondo l’assunto dell’Ufficio, l’oggetto della rettifica id est la percezione di utili non dichiarati dissimulati mediante finanziamenti infruttiferi dei soci, reiterati ed antieconomici (perché volti a finanziare a fondo perduto una società formalmente senza utili).
Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 25330/2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *