Diritto

Accertamento da studi di settore: valutazione “libera” del giudice tributario

Accertamento da studi di settore: valutazione "libera" del giudice tributario
Valutazione “libera” del giudice tributario nell’accertamento tributario standardizzato mediante applicazione dei parametri o degli studi di settore

L’accertamento tributario standardizzato mediante applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standards in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente. Il giudice tributario resta tuttavia libero di valutare tanto l’applicabilità degli standards al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1233 del 22 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una società di commercialisti e l’Agenzia delle Entrate, avente ad oggetto l’impugnativa dell’avviso di accertamento IRPEF e IRAP 2002. Con la decisione in epigrafe, la CTR ha accolto l’appello proposto dai contribuenti contro la sentenza della CTP che ne aveva respinto il ricorso.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, in particolare lamentandosi del fatto che la CTR aveva affermato che il riferimento agli studi di settore non è sufficiente per determinare il reddito in via induttiva.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Erario. Deve, sul punto, ricordarsi che la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standards in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.
In tale sede, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli standards o la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello standard prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente.
L’esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l’impugnabilità dell’accertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l’applicabilità degli standards al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte. In tal caso, però, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’Ufficio può motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli standards, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito.
Ciò, del resto, è conseguenza del fatto che la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri e degli studi di settore costituisce un sistema unitario, frutto di un processo di progressivo affinamento degli strumenti di rilevazione della normale redditività per categorie omogenee di contribuenti, che giustifica la prevalenza, in ogni caso, e la conseguente applicazione retroattiva dello strumento più recente rispetto a quello precedente, in quanto più affinato e, pertanto, più affidabile.

In applicazione di tali principi, la Cassazione ha quindi accolto le doglianze della difesa erariale, non essendosi conformata la CTR agli stessi laddove, in assenza di alcuna prova da parte dei contribuenti, in base alla sola prospettazione di “specifiche situazioni limitative o inibitorie“, ha affermato che l’Ufficio avrebbe dovuto verificare tali asserzioni e che il riferimento agli studi di settore non è di per sé sufficiente per determinare il reddito in via induttiva.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 1233/2015

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