Diritto

Accertamento da studi di settore legittimo solo con gravi incongruenze

Accertamento da studi di settore legittimo solo con gravi incongruenze
Lo studio di settore rappresenta una fonte di prova presuntiva juris tantum che, se per un verso legittima l’ufficio finanziario ad avviare un’azione accertatrice, per altro verso deve evidentemente esprimere gravi incongruenze rispetto al risultato contabile dichiarato dal contribuente; con l’effetto di spostare in capo al contribuente medesimo l’onere di addurre eventuali ragioni giustificative del contestato scostamento

Lo studio di settore rappresenta una fonte di prova presuntiva juris tantum che, se per un verso legittima l’ufficio finanziario ad avviare un’azione accertatrice, per altro verso deve evidentemente esprimere gravi incongruenze rispetto al risultato contabile dichiarato dal contribuente; con l’effetto di spostare in capo al contribuente medesimo l’onere di addurre eventuali ragioni giustificative del contestato scostamento. Lo ha affermato la CTR Puglia con la sentenza n. 6/23/15 dell’8 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da un avviso di accertamento notificato dall’Agenzia delle Entrate ad una società, con il quale determinava presuntivamente maggiori ricavi in applicazione degli studi di settore. Contro tale avviso la Srl proponeva ricorso innanzi alla CTP di Lecce eccependone la illegittimità per carenza dei presupposti e per carenza di motivazione oltre che per infondatezza della pretesa nel merito.

L’adita Commissione rigettava il ricorso sul rilievo che “la contribuente ha prodotto, sia in fase istruttoria che in sede contenziosa, documentazione irrilevante ai fini della giustificazione dell’avvenuto scostamento dai ricavi determinati presuntivamente con l’applicazione degli studi di settore”.

Avverso la citata sentenza ha presentato appello la società censurando l’impugnata sentenza per aver ritenuto legittimo l’avviso di accertamento basato esclusivamente sulle risultanze degli studi di settore e in assenza di motivazioni aggiuntive da parte dell’ufficio impositore, nonché per aver ritenuto applicabile lo studio di settore nonostante il rappresentato stato di crisi aziendale e la non corrispondenza dello studio applicato con l’attività effettivamente svolta.

LA DECISIONE DELLA CTR DELLA PUGLIA
La Ctr accoglie il ricorso presentato dalla società. Sul punto, la Corte territoriale ricorda che gli studi di settore rappresentano un valido ed affidabile strumento di accertamento presuntivo in quanto frutto di rigorosi studi socio-economici e culturali che, condotti secondo le moderne tecniche di rilevazione statistico-matematiche e con l’apporto collaborativo delle categorie interessate, riescono ad esprimere meglio la probabile capacità contributiva del soggetto economico considerato.

Ciò non di meno, lo studio di settore rimane pur sempre una fonte di prova presuntiva juris tantum che, se per un verso legittima l’ufficio finanziario ad avviare un’azione accertatrice, per altro verso deve evidentemente esprimere gravi incongruenze rispetto al risultato contabile dichiarato dal contribuente; con l’effetto di spostare in capo al contribuente medesimo l’onere di addurre eventuali ragioni giustificative del contestato scostamento.

E tanto, per espressa previsione dell’art. 62-sexies del D.L. n. 331/1993, convertito, con modificazioni dalla legge n. 427/1993, a mente del quale “gli accertamenti di cui agli artt (…) possono essere fondati anche sulla esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati a quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche (…) ovvero dagli studi di settore elaborati ai sensi dell’art. 62-bis del presente decreto”.

I quali studi “contenendo dati, presuntivamente esatti, possono essere utilizzati dall’ufficio finanziario anche in contrasto con le risultanze di scritture contabili regolarmente tenute, finché non ne sia dimostrata la infondatezza mediante idonea prova contraria, il cui onere è a carico del contribuente” (Cass. 14.3.07 n. 5977). In senso conforme Cass. 14.2.07 n. 8643 “ai fini della rettifica della dichiarazione dei redditi l’A.F ha la possibilità di ricorrere all’accertamento induttivo. Ciò avviene pur in presenza di una contabilità formalmente regolare, qualora si palesino gravi incongruenze fra ricavi, compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dalle caratteristiche specifiche dell’attività svolta ossia dagli studi di settore”.

Dal compendio della giurisprudenza appena evocata si desume anche che ove l’accertamento sia fondato esclusivamente sugli studi di settore esso deve necessariamente poggiare sulla esistenza certa di gravi incongruenze, intendendosi per tali, dati contabili e risultati asseritamente conseguiti in evidente contrasto con quelli attesi e con i principi economico aziendali. Incongruenze certe di cui l’Amministrazione deve farsi carico di comprovarle, spiegandone le ragioni nel proprio atto di accertamento in relazione soprattutto alle giustificazioni addotte dal contribuente nella fondamentale fase del contraddittorio.

Tuttavia, l’ufficio non ha fatto buon governo di tale principio, giacché, ha ritenuto di qualificare – tout court – come generiche le giustificazioni addotte dalla parte e inidonee a vincere le presunzioni insite negli studi di settore, in tal modo sottraendosi all’obbligo della concreta valutazione e della conseguente doverosa motivazione, senza, peraltro, indicare gli eventuali elementi reddituali aggiuntivi che facessero ritenere inverosimile la capacità reddituale dichiarata dalla contribuente, per fare posto a quella ipotetica desunta presuntivamente dall’asettica applicazione degli studi di settore.

L’Ufficio finanziario, cioè, pur esaltando correttamente il momento del contraddittorio, quale fase procedimentale fondamentale nella formazione della pretesa erariale, di fatto ne ha tradito lo spirito, disattendendo completamente le documentate ragioni della contribuente e omettendo, così, di “fotografare la specifica attività economica della singola impresa” adeguando ad essa il dato dello studio di settore.

Da ultimo, la Suprema Corte di Cassazione non ha mancato di ricordare che “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la tenuta della contabilità in maniera formalmente corretta non consente all’ufficio finanziario di procedere alla rettifica dei redditi d’impresa, ai sensi dell’art. 39, comma 1, lett. d), del D.P.R. n. 600/73, basandosi esclusivamente, per la valutazione dell’attendibilità dei dati forniti dal contribuente, sugli studi di settore. I valori percentuali medi del settore, infatti, non rappresentano un “fatto noto” storicamente provato sul quale sia possibile fondare una presunzione di reddito ai sensi dell’art. 2727 c.c., ma semplicemente il frutto dell’estrapolazione statistica di una serie di dati non omogenei; e come tali, risultano inidonei ad integrare una prova per presunzioni, senza che risulti qualche ulteriore elemento che possa incidere sulla complessiva attendibilità della dichiarazione del contribuente, ovvero la ricorrenza di circostanze gravi, precise e concordanti” (Cassazione Civile Sez. trib. 22.10.2010 n. 21714). In senso sostanzialmente conforme vedasi anche Cassazione sent. n. 9712/14.

Donde l’accoglimento dell’appello.

Lo studio di settore rappresenta una fonte di prova presuntiva juris tantum che, se per un verso legittima l’ufficio finanziario ad avviare un’azione accertatrice, per altro verso deve evidentemente esprimere gravi incongruenze rispetto al risultato contabile dichiarato dal contribuente; con l’effetto di spostare in capo al contribuente medesimo l’onere di addurre eventuali ragioni giustificative del contestato scostamento.
CTR Puglia – Sentenza N. 6/23/15

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