Diritto

Accertamento accelerato: i termini in scadenza integrano l’urgenza?

Accertamento accelerato: i termini in scadenza integrano l’urgenza?
La Corte di Cassazione affronta la questione della concreta verifica delle ragioni di urgenza che potrebbero giustificare l’avviso di accertamento accelerato, notificato prima della scadenza del termine a disposizione del contribuente per svolgere le proprie difese

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1869 del 29 gennaio 2014, affronta la questione della concreta verifica delle ragioni di urgenza che potrebbero giustificare il c.d. avviso di accertamento accelerato, l’avviso, cioè, notificato prima della scadenza del termine, per il contribuente, per svolgere le proprie difese.

Come noto, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che la lesione di tale diritto comporta la nullità dell’avviso, ma che l’urgenza può essere allegata anche in giudizio.

Questa ultima parte del principio di diritto, lascia, come noto, assai perplessi, atteso che l’urgenza, quale presupposto per la compressione del diritto di difesa in sede amministrativa, da un lato è un elemento che dovrebbe essere noto al contribuente prima di accedere al giudizio e dall’altro è un presupposto per il legittimo esercizio del potere prima della scadenza dei 60 giorni e non si vede come un elemento essenziale per valutare se e come impugnare e un presupposto del potere possa dirsi non elemento essenziale della motivazione.

Non è comunque questo l’oggetto del provvedimento impugnato, che esamina un’altra, e ancora più scottante questione:l’urgenza può essere integrata dal semplice fatto che i termini dell’accertamento stavano scadendo?

Ci sono molti e ottimi argomenti per rispondere di no.

Non vi è dubbio che, soggettivamente, cioè guardando alla questione con il solo occhio dell’Agenzia e del funzionario, l’urgenza sussiste indubbiamente.

Ma il punto decisivo sta proprio qua.

L’urgenza che può giustificare l’accertamento accelerato è soggettiva o oggettiva?

La risposta a tale quesito è immediata, pacifica ed evidente, in termini di diritto.

Occorre interrogarsi su quali valori siano in gioco nel meccanismo che prevede il termine di 60 giorni per contraddire. La risposta è facile e sicura, visto che la forniscono, a rime baciate, per così dire, la Corte di Giustizia (sentenza n. C-349/2007, Sopropé) e le SS.UU. della Corte di Cassazione (le sentenze del 2009 sugli studi di settore): il contraddittorio serve a tutelare il diritto del contribuente di esporre le sue ragioni e la completezza della istruttoria. Insomma, attua il diritto di difesa e il principio di imparzialità.

Torniamo alla domanda di partenza, allora. Questi valori possono essere sacrificati per mere ragioni soggettive dell’Agenzia o solo per ragioni oggettive e giustificate dal corretto esercizio della funzione tributaria?

È del tutto evidente che per sacrificare il diritto di difesa e l’imparzialità della funzione non può bastare la “fretta” soggettiva di provvedere, ma debbono sussistere ragioni oggettive, che messe sull’altro piatto della bilancia ideale, rispetto al diritto di difesa e l’imparzialità, ne consentano un parziale sacrificio.

Ecco allora che per stabilire se tali presupposti sussistano non basta fermarsi al profilo, superficiale e soggettivo della “fretta” o della vicinanza della scadenza. Deve analizzarsi compiutamente la fattispecie e verificare “come e perché” si sia arrivati prossimi alla scadenza.

Qui si possono dare casi molto diversi, il cui regime giuridico non può che essere completamente diverso.

Solo per ipotizzarne due, estremi e opposti, una cosa è che si giunga prossimi alla scadenza per una inerzia dell’ufficio nello svolgere i controlli secondo i criteri selettivi programmati, ovvero per una errata o velleitaria programmazione degli stessi da un lato, dal caso, opposto, in cui si tratti di un controllo innescato da prove scoperte all’ultimo momento, magari per effetto di una condotta maliziosa se non addirittura fraudolenta del contribuente.

In mezzo stanno poi una serie di ipotesi intermedie: le sopravvenute difficoltà organizzative dell’Ufficio (problemi di organico, mezzi, etc.), e la fantasia potrebbe continuare a ipotizzare ipotesi concretamente verosimili.

Ebbene, comprimere il tempo necessario ad esplicare il diritto di difesa e l’imparzialità dell’accertamento è risultato che deve avere una sua solida giustificazione.

E tale giustificazione non può certo dipendere da fatti imputabili alla P.A. Sarebbe non solo giuridicamente scorretto, ma poco compatibile con uno stato di diritto ribaltare errori (di programmazione o di gestione) o manchevolezze organizzative della P.A. come pretesti per sacrificare diritti.

La sentenza in rassegna, allineata a tale indirizzo è meritevole del più ampio plauso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 1869/2014

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