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Accertamenti fiscali anche sulle società già cancellate

Accertamenti fiscali anche sulle società già cancellate
Coloro che, cancellando la società del registro delle imprese in passato, hanno fatto in perfetta buona fede legittimo affidamento sulla definitività dell’estinzione del soggetto giuridico rischiano di dover rifare i conti con il fisco

Accertamenti fiscali anche sulle società già cancellate. È uno dei chiarimenti della circolare n. 31/E del 30 dicembre 2014 sul decreto semplificazioni fiscali (D.Lgs. n. 175/2014 ).

Facciamo un passo indietro. L’articolo 28, comma 4, del D.Lgs. attuativo stabilisce che «ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di cui all’articolo 2495 del Codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del registro delle imprese». La disposizione ha già destato diverse perplessità sia per lo strumento giuridico con cui è stata varata, sia per gli effetti che ne scaturiranno. Pensare a una società giuridicamente estinta per tutti che però resta virtualmente in vita ai soli fini fiscali e contributivi, infatti, appare quanto meno anomalo.

Le Entrate affermano che, trattandosi di una norma procedurale, può trovare applicazione retroattiva e quindi valere anche per le attività di controllo riferite a società che hanno già chiesto la cancellazione o che sono già state cancellate dal registro imprese, prima della data di entrata in vigore del decreto. Sembra chiaro l’intento di «salvare» gli atti impositivi emessi verso soggetti già estinti. In realtà, in base all’articolo 3 dello Statuto del contribuente (legge n. 212/2000), le leggi tributarie non possono avere effetto retroattivo, salvo che non sia diversamente disposto. Ora, secondo la linea dell’Agenzia, coloro che, cancellando la società del registro delle imprese in passato, hanno fatto in perfetta buona fede legittimo affidamento sulla definitività dell’estinzione del soggetto giuridico rischiano di dover rifare i conti con il fisco.

Poi la circolare n. 31/E/2014 evidenzia che, a seguito delle modifiche apportate all’articolo 36, comma 5, del D.P.R. n. 602/1973, i liquidatori potranno essere chiamati a rispondere dei debiti tributari dovuti dalla società estinta (comprese le ritenute dei lavoratori dipendenti), se non provano (con inversione dell’onere a loro carico) di aver rispettato la par condicio nel pagamento dei debiti sociali e di non aver prima assegnato beni ai soci. Sul versante dei soci la responsabilità è ora parametrata al valore dei beni ricevuti che si presume anche in questo caso per legge, proporzionale alla quota di capitale detenuto dallo stesso socio. Infine, il nuovo regime di responsabilità per liquidatori e soci riguarderà tutte le imposte dovute dalla società estinta e non più le sole imposte dirette. Le Entrate non si esprimono sulla decorrenza delle modifiche apportate all’articolo 36 del D.P.R. n. 602/1973 e all’articolo 19 del D.Lgs. n. 46/1999 ma almeno su questo fronte, stante la natura sostanziale delle modifiche che attengono all’onere della prova, è indubbio che non possano avere efficacia retroattiva.

Versamenti Irap
Non c’è solo il capitolo delle società estinte. L’articolo 17 del D.Lgs. n. 175/2014 ha, infatti, modificato l’articolo 17, comma 1, del D.P.R. n. 435/2001 e ha disposto che le società di persone interessate da operazioni straordinarie devono effettuare i versamenti entro il 16 del mese successivo a quello di scadenza del termine di presentazione della dichiarazione. Si poneva la questione di individuare la decorrenza delle nuove regole visto che l’articolo 17 del D.Lgs. n. 175/2014 nulla dice a riguardo. In particolare il dubbio era se i nuovi termini potessero rendersi applicabili anche alle operazioni straordinarie già effettuate ove alla data di entrata in vigore del decreto (13 dicembre 2014) fossero ancora pendenti i termini per la presentazione della dichiarazione per il periodo ante operazione straordinaria, come già avvenuto in passato (modifica all’articolo 2 del D.P.R. n. 322/1998 in virtù dell’articolo 42 del D.l. n. 207/2008 oggetto di chiarimenti nell’incontro Map del 28 maggio 2009). La tesi delle Entrate è stata di segno contrario visto che si è affermato che la modifica trova applicazione alle operazioni poste in essere a partire dalla data di entrata in vigore del decreto.

Per i committenti sconto pieno
Il nuovo testo del comma 5 dell’articolo 54 del TUIR – in base al quale talune spese anticipate dal committente a favore del professionista non costituiscono compenso in natura per quest’ultimo – non si applica alle prestazioni diverse da quelle di vitto ed alloggio; per queste ultime, tuttavia, la deducibilità per il committente è da considerarsi piena (ove venga rispettato il requisito dell’inerenza), non applicandosi il limite del 75% previsto dall’articolo 109, comma 5, del TUIR. L’obbligo di adeguare il massimale della polizza di responsabilità civile per il rilascio dei visti di conformità al nuovo limite minimo (da due miliardi a tre milioni di euro) si applica dal 13 dicembre scorso.

La modifica sui rimborsi spese decorre dal periodo d’imposta 2015 ed evita ai committenti, e ai loro consulenti lavoratori autonomi, l’applicazione della complessa procedura di cui alla circolare n. 28/E/2006, introdotta dopo che il D.l. n. 223/2006 aveva modificato l’articolo 54, comma 5, del TUIR, prevedendo una deducibilità integrale delle spese di vitto e alloggio pre-pagate dal committente solo ove esposte analiticamente nella fattura del professionista. Dal 2015, per effetto dell’articolo 10 del decreto semplificazioni, le spese alberghiere e di ristorazione sostenute direttamente dal committente in favore del professionista non costituiranno più compenso in natura per quest’ultimo, con la conseguenza che esse risulteranno sin dall’origine deducibili dal reddito del committente.

Due i chiarimenti importanti giunti sul tema, uno positivo ed uno negativo per i contribuenti. L’interpretazione favorevole riguarda i committenti, i quali, siano essi imprenditori o lavoratori autonomi, quando contabilizzano la spesa di vitto od alloggio del proprio consulente (i cui dati saranno indicati nel documento di spesa) non incontrano il limite del 75% ordinariamente previsto dagli articoli 109, comma 5, e 54, comma 5, del TUIR, perché, secondo l’Agenzia, la funzione di tale spesa risulta ancora “assorbita” dalla natura professionale della prestazione resa dal lavoratore autonomo (come già avveniva in costanza della “vecchia regola”). Rigidamente letterale è, invece, l’orientamento assunto dalle Entrate con riferimento alla portata oggettiva della disposizione in questione, rivolta esclusivamente alle spese di vitto ed alloggio. Ciò significa che il pagamento del biglietto aereo o del treno sostenuto dal committente per far sì che il professionista raggiunga il luogo si svolgimento della prestazione (tribunale, commissione tributaria, sede della società, eccetera) costituisce ancora reddito per il professionista, mantenendo in vita il “bizantinismo” della procedura documentale previsto dalla circolare n. 28/E/2006. Poiché queste ultime spese sono assai più frequenti di quelle di vitto ed alloggio, la portata semplificatoria della nuova norma risulta notevolmente compromessa. Queste regole, conferma l’Agenzia, si applicano anche alle prestazioni non abituali di lavoro autonomo di cui all’articolo 67, comma 1, lettera l) del TUIR, anche quando il compenso non è costituito dal mero rimborso delle spese sostenute strettamente necessarie per svolgere l’incarico (risoluzione N. 49/E/2013).

Agenzia delle Entrate – Circolare N. 31/E/2014

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