Diritto

Accertamenti bancari: a chi spetta l’onere della prova?

Accertamenti bancari: a chi spetta l’onere della prova?
L’accertamento induttivo che tragga origine dalle indagini bancarie e, segnatamente, dalle movimentazioni dei conti correnti dei versamenti e dei prelevamenti rispetto ai quali il contribuente non sia in grado di indicare il beneficiario o che non trovino rispondenza nelle scritture contabili, è fonte di una presunzione legale di ricavi occulti

In tema di accertamento delle imposte sui redditi, e con riferimento all’acquisizione dei movimenti di un conto corrente bancario riconducibili ad un’attività d’impresa, debbono essere considerati ricavi sia le operazioni attive che quelle passive, senza che si debba procedere alla deduzione presuntiva di oneri e costi deducibili, essendo posto a carico del contribuente l’onere di indicare e provare eventuali specifici costi deducibili. Sono questi i principi ribaditi dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 5654 del 20 marzo 2015.

IL FATTO
A seguito di una verifica della Guardia di Finanza, che in esito alle investigazioni bancarie disposte ai sensi dell’art. 32, comma primo, n. 2, del D.P.R. n. 600/73 aveva documentato l’omessa contabilizzazione di ricavi, l’Agenzia delle Entrate notificava ad una società, esercente l’attività di produzione e vendita di rimorchi per trasporti speciali e spettacoli viaggianti, un avviso di accertamento a mezzo del quale, recependo i risultati della verifica, procedeva a rideterminare l’imponibile IRPEG ed ILOR della parte per l’anno 1996, liquidando imposte, interessi e sanzioni.

La CTR, avanti alla quale l’ufficio aveva appellato la sentenza di primo grado nella parte in cui questa, pur respingendo il ricorso, aveva tuttavia riconosciuto la detraibilità dei costi relativi all’anno di verifica, ha creduto di dover respingere il gravame erariale e di confermare perciò l’impugnata sentenza, giudicando condivisibile “la tesi della Commissione Tributaria Provinciale laddove riconosce l’ammissibilità in detrazione di quei costi, purché documentati ed inerenti, che la contribuente stessa ha sostenuto nel periodo di imposta oggetto di contestazione”.

Nel ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate censura la decisione della Corte territoriale per avere ritenuto che “qualora l’ufficio determini in via induttiva l’esistenza di maggiori di ricavi, debba essere riconosciuta automaticamente (ovvero a prescindere dalla dimostrazione della loro effettività da parte del contribuente) anche l’esistenza di maggiori costi”.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, la Suprema Corte ha più volte precisato che “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, e con riferimento all’acquisizione dei movimenti di un conto corrente bancario riconducibili ad un’attività d’impresa, debbono essere considerati ricavi sia le operazioni attive che quelle passive, senza che si debba procedere alla deduzione presuntiva di oneri e costi deducibili, essendo posto a carico del contribuente l’onere di indicare e provare eventuali specifici costi deducibili” (sentenze nn. 20679/14, 16896/14 e 14675/06).

Ciò perché, come si legge altrove, l’accertamento induttivo che tragga origine dalle indagini bancarie e, segnatamente, dalle movimentazioni dei conti correnti dei versamenti e dei prelevamenti rispetto ai quali il contribuente non sia in grado di indicare il beneficiario o che non trovino rispondenza nelle scritture contabili, è fonte di una presunzione legale di ricavi occulti (sentenze nn. 1560/15, 1285/15 e 25502/11) che, sebbene sia suscettibile di prova contraria, competendo al contribuente dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non siano riferibili ad operazioni imponibili (sentenze nn. 27326714, 29618/14 e 18081/10), determina in punto di attività non dichiarate un’inversione dell’onere della prova (sentenze nn. 26018/14, 20679/14 e 13035/12), muovendo dalla considerazione che costituiscano ricavi sia i prelevamenti sia i versamenti “in quanto non ritiene che il contribuente evasore occulti in pari misura i ricavi ed i costi, anzi la norma muove dal presupposto che il contribuente tenda ad occultare i ricavi ma non i costi: quindi non è lecito presumere che in ogni caso a ricavi occulti necessariamente corrispondano costi occulti” (sentenza n. 19003/05).

Nel caso di specie, ha errato la Corte territoriale nel censurare il contegno dell’ufficio per non aver posto in deduzione i costi asseritamele sostenuti dal contribuente, essendo invero onere del medesimo dare di essi compiuta dimostrazione e sovvertire così la presunzione altrimenti operante a suo carico.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata.

In tema di accertamento delle imposte sui redditi, e con riferimento all’acquisizione dei movimenti di un conto corrente bancario riconducibili ad un’attività d’impresa, debbono essere considerati ricavi sia le operazioni attive che quelle passive, senza che si debba procedere alla deduzione presuntiva di oneri e costi deducibili, essendo posto a carico del contribuente l’onere di indicare e provare eventuali specifici costi deducibili.
L’accertamento bancario è fondato sulla ricostruzione di movimenti finanziari non giustificabili da parte dell’imprenditore (sia persona fisica che società commerciale) ovvero dal lavoratore autonomo.
In particolare, l’accertamento bancario vero e proprio esperibile in via autonoma dall’ufficio (regolato dall’art. 32, comma 1, n. 2, del D.P.R. n. 600/1973) prevede che sono considerati ricavi ovvero compensi i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito di rapporti finanziari, salvo che il contribuente non indichi il soggetto beneficiario di questi movimenti e che tali movimenti non risultino dalle scritture contabili.
Si rileva che l’ufficio può altresì procedere ad indagini finanziarie nell’ambito delle su indicate tipologie di accertamento: quindi accertamento analitico, analitico-induttivo, induttivo-sintetico, d’ufficio.
Va, poi, ricordato che l’operatore finanziario cui sia pervenuta la richiesta di fornire dati e notizie relativamente ai rapporti intrattenuti – o alle operazioni effettuate – con un cliente deve darne comunicazione immediata al soggetto interessato sottoposto ad indagine finanziaria. L’Istituto finanziario non deve rispettare specifiche forme e modalità per quanto riguarda l’informativa; inoltre non sono disposte sanzioni in caso di inadempimento a tale informativa, e l’eventuale comportamento omissivo dell’intermediario, che determinerebbe la lesione del diritto di informazione del contribuente, non incide, ovviamente, sulla validità ed efficacia dell’atto di accertamento.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 5654/2015

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