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Abuso del diritto sanzionato anche sul piano penale

Abuso del diritto sanzionato anche sul piano penale
Non ci sono ostacoli di alcun genere alla rilevanza penale dell’abuso del diritto. L’utilizzo distorto di strumenti giuridici idonei a ottenere un risparmio fiscale in assenza di ragioni apprezzabili sul piano economico può dovere essere sanzionato anche sul piano penale, se solo si tengono presenti i due principi costituzionali della capacità contributiva e della progressività dell’imposizione

Non ci sono ostacoli di alcun genere alla rilevanza penale dell’abuso del diritto. L’utilizzo distorto di strumenti giuridici idonei a ottenere un risparmio fiscale in assenza di ragioni apprezzabili sul piano economico può dovere essere sanzionato anche sul piano penale, se solo si tengono presenti i due principi costituzionali della capacità contributiva e della progressività dell’imposizione. Lo precisa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3307 del 23 gennaio 2015.

La pronuncia ha, su queste basi, respinto il ricorso presentato da un contribuente contro due decreti di sequestro preventivo adottati dal Gip di Roma nell’ambito di un procedimento penale che lo vedeva indagato per i reati di associazione per delinquere e omessa dichiarazione. In particolare al contribuente, nella qualità di amministratore di fatto di diverse società, veniva contestato di avere trascurato di presentare le dichiarazioni dei redditi conseguiti dalle medesime società.

Nel mirino della pubblica accusa finiva così un “classico” caso di esterovestizione.

La Cassazione ricorda che l’obbligo di presentazione della dichiarazione esiste se la società ha stabile organizzazione in Italia, il che si verifica quando si svolgono sul territorio nazionale la gestione amministrativa, le decisioni strategiche, industriali e finanziarie. È invece irrilevante il luogo di adempimento degli obblighi contrattuali e di svolgimento dei servizi. Nel caso specifico il Tribunale aveva accertato che l’attività veniva svolta in Italia, dove peraltro viveva lo stesso amministratore di fatto, mentre la sede all’estero era un aspetto solo formale.

La Cassazione, nell’affrontare uno dei temi del ricorso, quello della (asserita violazione) dei principi comunitari in materia di diritto di stabilimento, sottolinea il profilo penale della condotta di forzatura della disciplina tributaria per ottenere un indebito risparmio d’imposta. Dal divieto di abuso del diritto, sul piano tributario, ricorda la Corte, discende l’inopponibilità all’Amministrazione finanziaria «per ogni profilo di indebito vantaggio tributario che il contribuente pretenda di fare discendere dall’operazione elusiva, del negozio utilizzato per ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta».

Su quello penale, invece, emerge la rilevanza delle condotte elusive in materia fiscale che siano idonee a determinare una riduzione o un’esclusione dalla base imponibile, senza che si possa ipotizzare un contrasto con il principio di legalità. «Infatti – conclude la Corte – se tale principio non consente la configurabilità della generale fattispecie della truffa, non è invece ostativo alla configurabilità degli illeciti speciali tributari, basati sulla dichiarazione fiscale e sull’infedeltà contributiva, rispetto a quelle condotte che siano idonee a determinare elusivamente una riduzione o un’esclusione della base imponibile».

Corte di Cassazione – Sentenza N. 3307/2015

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