Diritto

A rischio i termini sugli accertamenti antielusivi

A rischio i termini sugli accertamenti antielusivi
Dubbi di costituzionalità sull’attuale norma antielusiva e sull’aggio di riscossione previsto per Equitalia. Sono due questioni che la Consulta dovrà discutere a fine maggio

Dubbi di costituzionalità sull’attuale norma antielusiva e sull’aggio di riscossione previsto per Equitalia. Sono due questioni che la Consulta dovrà discutere a fine maggio. Un’ordinanza della Cassazione del 5 novembre 2013 ha infatti sollevato la questione di legittimità costituzionale sul termine dilatorio di 60 giorni previsto dalla norma antielusiva (l’articolo 37-bis del Dpr 600/1973).

In particolare, l’ufficio prima di emettere l’avviso di accertamento deve inviare al contribuente una richiesta di chiarimenti sulle operazioni ritenute elusive.

La norma prevede poi che, per non rischiare la nullità, l’accertamento può essere emanato solo trascorsi 60 giorni dalla data di ricezione della richiesta.

I giudici di legittimità hanno sollevato d’ufficio la questione di incostituzionalità sul presupposto che anche una lieve irregolarità nel rispetto dei 60 giorni comporti per legge la nullità dell’atto, ossia una sanzione particolarmente grave. Pertanto, per esempio, qualora l’ufficio notificasse l’avviso di accertamento al 59° giorno, l’atto sarebbe nullo perché inviato prima dei 60 giorni previsti.

Nell’ordinanza di rimessione, la Suprema Corte ha precisato che non è messa in discussione l’utilità di un contraddittorio preventivo tra l’amministrazione e il contribuente, ma solo se un mero difetto di forma può comportare la nullità dell’atto emesso in seguito.

La questione, in effetti, suscita perplessità poiché di fatto si tratta di un termine perentorio (forse l’unico nel nostro ordinamento) a carico dell’amministrazione finanziaria. La stessa questione si potrebbe porre per i 60 giorni previsti per l’impugnazione di un atto: infatti, se il contribuente presentasse ricorso al 61° giorno, l’atto sarebbe inammissibile e anche una pretesa illegittima risulterebbe dovuta.

Il costo della riscossione – Sempre a fine maggio la Consulta dovrà occuparsi dell’aggio di Equitalia. La questione di legittimità è stata sollevata da due Commissioni tributarie provinciali (Latina e Torino) con riguardo alla percentuale (all’epoca delle pronunce era al 9% mentre oggi è all’8%).

Innanzitutto, secondo le ordinanze rimettenti, sebbene sia ragionevole che al contribuente siano imputati gli oneri del servizio di riscossione poiché eseguito a causa di un suo inadempimento, non possa essere “addossato” un costo che oltrepassino a dismisura quello della procedura.

La norma, infatti, prevede che l’aggio è dovuto su tutte le somme iscritte a ruolo, a prescindere dai costi effettivamente sostenuti per il servizio pubblico di riscossione. Così questa voce finisce con l’assumere i connotati afflittivi e punitivi tipici di una sanzione, ben lontani però dalla funzione remunerativa del costo di un servizio.

Inoltre i nuovi avvisi di accertamento sono esecutivi a decorrere dal sessantesimo giorno dalla notifica. Se il contribuente, infatti, non esegue il pagamento entro il predetto termine, è gravato interamente dell’aggio. Tuttavia, hanno fatto notare i giudici tributari, all’agente della riscossione spettano tali compensi nonostante non abbia inviato la cartella di pagamento e verosimilmente non abbia attivato alcuna azione esecutiva. Di conseguenza, l’aggio si può ritenere ragionevole solo quando la misura corrisponda al costo della prestazione, ma risulta ingiusto e penalizzante in assenza di una soglia minima e massima.

La Consulta, dunque, dovrà verificare la legittimità costituzionale del compenso di Equitalia in assenza di un vincolo che lo subordini ai costi di gestione sostenuti.

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